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Dic 01

I due patti non detti

EDITORIALE

Fonte: Corriere della Sera

migranti

di Franco Venturini

Si direbbe che gli europei, investiti dal flusso incessante dei migranti e colpiti dalla furia stragista dell’Isis, siano pronti a tutto pur di coprirsi le spalle. Come interpretare diversamente l’intesa per il contenimento dei rifugiati conclusa domenica con una Turchia dove non pochi valori fondamentali della Ue vengono sistematicamente offesi dall’autoritarismo democratico di Recep Tayyp Erdogan? E come giudicare altrimenti il patto col diavolo suggerito dal ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, e in forma diversa dalla collega della difesa tedesca Ursula von der Leyen, che propongono di utilizzare contro il Califfato anche le truppe dell’esercito siriano fino a ieri descritte come una banda di massacratori?

Esistono, in entrambi i casi, forti giustificazioni e ancor più forti frustrazioni all’origine dei comportamenti europei. Dei 900.000 migranti che sono entrati quest’anno nella Ue, 600.000 lo hanno fatto attraverso la cosiddetta «rotta dei Balcani» che comincia in Grecia. E il rubinetto di questa rotta lo controllano i turchi, che ospitano già più di due milioni di migranti in massima parte rifugiati siriani e afghani.

Ankara può trattenerli, abbandonarli al tentativo di attraversare l’Egeo, spingerli a farlo, trattarli bene o male. Si capisce perché l’Europa si è sentita una mano turca sul collo. Si capisce che gli europei siano pronti a concedere molto (tre miliardi di euro, abolizione dei visti tra un anno, accelerazione del negoziato di adesione) pur di scongiurare, nel 2017, una Francia guidata da Marine e Marion Le Pen, una Angela Merkel seriamente indebolita, un referendum britannico vinto dagli antieuropei. Per la Ue sarebbe l’inizio della fine. E dopotutto la Turchia non è un Paese alleato, un essenziale membro della Nato?

Tutto vero, ma l’Europa si vuole comunità di valori, non soltanto di interessi. E allora è davvero lecito, in cambio di generiche promesse, infilare sotto il tappeto violazioni clamorose della libertà di stampa e morti misteriose di oppositori dediti alla difesa dei diritti umani? Può lavare tutto, la recente vittoria elettorale di Erdogan? E poi, come non ricordare la battuta che spopolava a Bruxelles quando il negoziato di adesione pareva congelato: se un elefante sale su una barca già in precario equilibrio può darsi che la stabilizzi, ma è più probabile che la barca affondi? Vedremo. Vedremo se come avviene di solito i migranti troveranno altre rotte, se quella via libica che molto ci tocca tornerà alla ribalta dopo esserne in parte uscita, insomma vedremo se lo scambio imposto dalle circostanze funzionerà. Per ora restano dubbi e cattiva coscienza.

Una certa dose di disperazione è presente anche all’origine della sorprendente proposta del ministro Fabius. La maratona diplomatica compiuta da François Hollande, dietro le grandi e sincere manifestazioni di solidarietà, ha avuto risultati concreti molto limitati. Obama ha appena ritoccato la sua linea ben nota. L’apporto militare tedesco è stato «modesto», secondo Le Monde . A Mosca è andato tutto meglio, ma Putin, che aveva appena perso il suo aereo abbattuto dai turchi, ne ha approfittato per chiarire che non pensa più a fondere la sua offensiva aerea in Siria con quella della coalizione guidata dagli Usa. Si può sperare che l’incontro di ieri tra Putin e Obama ai margini del Cop21 produca qualcosa di nuovo, ma nel frattempo la stessa Francia non parla più di «grande coalizione» bensì soltanto di «coordinamento» nella lotta all’Isis, e i negoziati di Vienna sembrano appesi a un filo sottile.

Non basta. Visto che tutti concordano sul fatto che le offensive aeree non riusciranno a sloggiare l’Isis dai territori e dalle città conquistate (oltretutto gli uomini del Califfato sono maestri nel nascondersi nei centri densamente abitati), e visto che a parere di tutti servono truppe di terra per raggiungere l’obbiettivo, quali sono le forze disponibili? I curdi, da soli o alleati ad arabi sunniti secondo una formula americana che trova non poche difficoltà, e le piccole formazioni di ribelli più o meno moderati. Non bastano. Per pensare ai turchi bisognerebbe imbarcarsi in una nuova serie di concessioni ad Ankara di cui farebbero le spese proprio i curdi. Dall’America sono ipotizzabili soltanto piccoli gruppi di incursori. Chi altro c’è su piazza? L’esercito regolare siriano, dice Fabius. Con Assad al comando? Soltanto se ci sarà un governo di transizione, rilancia la tedesca von der Leyen. E Fabius allora corregge: se ci sarà transizione, assicura, non comanderà più Assad. Forse. Ma il rifiuto sdegnato degli altri, che ne facciamo? E, soprattutto, le truppe si batterebbero per conto dei sunniti o degli sciiti oggi al potere a Damasco?
Da Bruxelles e da Parigi vengono due forti segnali di impotenza e di confusione strategica. L’Isis ha di che esultare. E l’Italia ha di che sperare che sbaglino, i servizi americani, quando prevedono un parziale trasloco in Libia degli uomini del Califfato.

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