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Apr 12

Hollande dopo l’Eliseo, «le lezioni di potere» iniziano dalla sconfitta

Fonte: Corriere della Sera

di Stefano Montefiori

Il saggio dell’ex presidente francese racconta il quinquennio al vertice della République e l’amarezza per la sconfitta subita da Macron


«È il mio ultimo giorno all’Eliseo», punto accapo. Comincia così «Les leçons du pouvoir» di François Hollande e, bisogna riconoscerlo, si tratta di un incipit accattivante che pochi possono permettersi. Non foss’altro perché i presidenti della République non sono molti, e ancora meno quelli pronti a raccontare gli anni trascorsi alla guida della Francia. Lette le 409 pagine del saggio edito da Stock e da ieri in vendita nelle librerie francesi, si ha l’impressione che Hollande — l’uomo bollato come «il presidente più impopolare della Quinta Repubblica» — avrebbe forse potuto aspettare qualche tempo prima di regolare i conti con un passato così recente. Quell’«ultimo giorno all’Eliseo» risale a neanche un anno fa, e sotto il tono un po’ autoironico si sente l’amarezza per un quinquennio percepito dagli altri come fallimentare, e per la vittoria tuttora non digerita del «giovane Macron».
Tra le qualità di Hollande sembra non esserci la capacità di saper perdere. L’ex capo di Stato «normale» dedica al suo carismatico successore un capitolo intero, disseminando poi le frecciate in tutto il libro. Hollande riconosce a Macron una certa audacia, «che non dovrebbe però mai distaccarsi dalla lucidità»; nutre dubbi sulla sua «tattica di seduzione» ma non aggiunge altro perché «lui è stato il mio consigliere, io non sono il suo». E a proposito della fase in cui i due hanno lavorato assieme, Hollande ricorda: «Macron brilla all’orale, cosa che gli evita di ricorrere allo scritto», trattandolo come uno scolaretto furbo sempre promosso grazie a un po’ di scena alla lavagna. In tv, all’intervistatrice che gli ha chiesto «Avrebbe battuto Emmanuel Macron?», l’autore di «Le lezioni del potere» ha avuto la tempra di rispondere «avrei potuto, ma non l’ho voluto». Hollande decise di non ricandidarsi sicuramente per senso dello Stato e nobiltà d’animo. Ma forse qualcosa contò anche quel mesto 4 per cento che gli accreditavano i sondaggi.

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