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Set 06

Governo Conte bis, davvero non c’era un 50% di donne all’altezza?

Fonte: Corriere della Sera

di Massimo Rebotti

L’esecutivo appena varato si è fermato a 7 donne su 21 ministri, il 33%. Eppure, quando giurò quello guidato da Renzi — otto uomini e otto donne, febbraio 2014 — la parità di genere sembrava un dato (quasi) acquisito


Alle ultime elezioni, sia politiche che europee, nelle liste c’era l’alternanza di genere: un candidato uomo, una candidata donna (o viceversa). Agli occhi di un elettore si trattò della dimostrazione — formale ma inequivocabile — del principio di parità. Il problema, però, è che quando si arriva al dunque, al potere vero, questo principio non vale. E nemmeno si fa più lo sforzo di andare vicini all’obiettivo, visto che anche il governo Conte 2 appena varato si è fermato a 7 donne su 21 ministri, il 33%. Eppure, quando giurò il governo Renzi — otto uomini e otto donne, febbraio 2014 — la parità di genere sembrava un dato (quasi) acquisito. Negli anni precedenti, in giro per l’Italia, si erano moltiplicate le giunte comunali con un numero pari di uomini e donne, e così il fatto che il principio del 50% venisse assunto anche dal governo nazionale parve un suggello.
Tanto più che, tornando ancora più indietro, il Parlamento che si formò dopo le elezioni politiche del 2013 fu quello con più donne in assoluto (31%) nella storia repubblicana. La parte del leone, allora, la fecero il Partito democratico (41% di parlamentari donne) e il Movimento 5 Stelle (38%). Invece, pochi anni dopo, abbiamo scoperto che di «acquisito» non c’era nulla. Dal punto di vista della rappresentanza femminile il Parlamento eletto nel 2018 ha fatto un passo indietro rispetto a quello del 2013, mentre il primo governo Conte (5 ministre su 18) si è allontanato ancora di più dalla parità di genere raggiunta da Renzi. Se poi veniamo al Conte 2 — formato da quegli stessi partiti, Pd e M5S, che nel 2013 determinarono il record di donne in Parlamento — la questione si fa un po’ imbarazzante. Delle due l’una: o la parità di genere non è più un obiettivo, e allora qualcuno lo dica (anche alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen che ne ha fatto una bandiera); oppure, se lo è, qualcuno ammetta che anche questa volta l’obiettivo è stato mancato e magari spieghi come mai.

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