Gli assassini di Regeni e la nostra impotenza

Fonte: Corriere della Sera

di Ernesto Galli La Loggia

Nessuno ha avanzato una proposta concreta per reagire al comportamento oltraggioso del Cairo


«Uno Stato serio non si lascia trattare così»: sono stato immediatamente d’accordo quando qualche giorno fa ho letto queste parole scritte da Giuliano Ferrara a proposito dell’omicidio di Giulio Regeni. E infatti alla notizia dell’ennesimo rifiuto del governo egiziano di far luce sul delitto di cui è certamente responsabile la mia fantasia nazional-patriottica si è immediatamente scatenata a immaginare adeguate azioni di rappresaglia. Mi sono figurato, ad esempio, un gruppo di incursori del «Col Moschin» che dopo essere scesi da un elicottero sul tetto della sede dei servizi di sicurezza egiziani, al Cairo, si precipitavano al suo interno, mettevano le mani sui quattro ceffi rinviati a giudizio per il caso Regeni, li impacchettavano e li riportavano a Roma per rispondere delle loro malefatte. Troppo difficile da eseguirsi per ragioni tecniche? Va bene. Allora ho immaginato in alternativa, che so, un provvedimento come il prelievo del 15 per cento su tutte le rimesse di denaro eseguite ogni giorno dalle molte migliaia di cittadini egiziani che lavorano in Italia e che mandano soldi a casa. O forse meglio, invece, la loro espulsione dall’Italia? Magari il sequestro dei loro beni?
Mi sono reso conto ben presto, però, che si trattava di esercizi di fantasia. Di pura fantasia. Per le più svariate ragioni. Perché in Italia c’è lo Stato di diritto, c’è l’articolo 11 della Costituzione, c’è l’Eni, ci sono la Destra e la Sinistra, e poi perché c’è l’Europa la quale mette limiti e vincoli e pur vantandosi di rappresentare «uno spazio di libertà, di giustizia e di legalità», se per una volta però si tratta di fare sul serio, di agire, allora c’è sempre l’interesse nazionale di qualcuno (assai raramente quello italiano mi pare…) che si mette in mezzo. C’è sempre un Macron pronto a svendere i «valori repubblicani» pur di vendere armi e navi agli egiziani al posto nostro.
«Uno Stato serio non si lascia trattare così». È vero. E per una volta tutti i commenti, tutti i giornali, tutti i partiti, sono stati d’accordo. L’indignazione è stata generale e così pure l’invocazione ad adeguate rappresaglie. Peccato però che non si sia sentita una voce, dico una, che abbia provato a rispondere alla domanda: e allora? Che cosa deve fare allora l’Italia per reagire al comportamento oltraggioso del Cairo? Che cosa in concreto, quale misura? In una versione aggiornata per l’occasione del solito «Armiamoci e partite» tutti a gran voce hanno intimato al governo di fare qualcosa ma nessuno ha saputo dire che cosa. Nessuno, mi pare, ha avanzato la minima proposta se non quella, in buona misura simbolica, di congelare le relazioni diplomatiche con il Cairo ritirando il nostro ambasciatore e dichiarando persona non grata l’ambasciatore egiziano. Immagino lo spavento di al Sisi quando lo hanno informato della minaccia.
La verità è che lo Stato italiano è quello che è, e al di là di mille proclami e mille solenni dichiarazioni sempre possibili (ma che lasciano il tempo che trovano) non ha in mano alcuna arma efficace né per avere giustizia né per far pagare al Cairo il prezzo del suo delitto. E proprio la serietà che in tanti esigono dal suddetto Stato richiederebbe, mi pare, che lo si riconoscesse apertamente. Solo i singoli cittadini italiani, forse, possono fare qualcosa. Anche se non è davvero molto: possono rinunciare, ad esempio, a comprare quelle poche, pochissime cose che importiamo dall’Egitto, o evitare di andare in vacanza a Sharm el Sheikh o comunque non visitare quel Paese governato da assassini. Ma questo è tutto, ahimè.

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