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Ott 22

Gli alleati e un sisma politico

Fonte: Corriere della Sera

di Paolo Mieli

Il Movimento 5 Stelle attacca la Lega con la consapevolezza di avere varie carte da giocare. Ma anche il partito di Salvini ha diverse possibilità a disposizione


Fino a una settimana fa nessuno avrebbe potuto supporre che l’adunata grillina del Circo Massimo si sarebbe trasformata in una kermesse antileghista. E invece le denunce televisive di Luigi Di Maio hanno compiuto il «miracolo» di far ribollire il popolo pentastellato e renderlo rabbioso all’indirizzo di Matteo Salvini. Per paradossale che possa apparire, solo Beppe Grillo ha rinnovato la fiducia al ministro dell’Interno spostando la mira in direzione del Capo dello Stato. Con effetti che non possono essere definiti stabilizzanti e con toni che non si sa fino a che punto possano essere presi sul serio. Risultato: il terremoto continua, con scosse che sarebbe arduo definire «di assestamento». Perché? Nell’analisi complessiva del momento attuale sfugge, talvolta, quanto sia particolare il caso italiano in cui sono due (invece che uno) i movimenti antisistema che hanno conquistato il potere. Tra i due infatti può nascere — o, meglio, a questo punto è più che probabile che nasca — una divisione di quelle destinate a sconvolgere il sistema e ad avviare all’evoluzione dell’intero quadro politico. Tutto ciò potrà non essere evidente adesso dal momento che nelle prossime ore Lega e Cinque stelle — accantonati litigi e sospetti degli ultimi quattro giorni — faranno l’impossibile per non mandare in frantumi l’attuale assetto. Ma il dato di fondo dell’ultima settimana è che il conflitto tra Salvini e Di Maio è venuto allo scoperto con modalità che nessun salamelecco, nessuno sforzo diplomatico potrà facilmente ricomporre. A questo punto, per capire come può evolversi la partita, vanno ordinatamente disposte sul tavolo le carte del gioco che è in corso. Vediamole, una per una.
Prima carta. Il Movimento 5 Stelle è l’unica formazione che è uscita vincitrice (ancorché non in termini assoluti) dalle elezioni di sette mesi fa. La Lega ha solo prevalso su Forza Italia nella gara interna al centrodestra. Tutto il resto sono prove locali e sondaggi.
Seconda carta. Nell’attuale Parlamento il Movimento 5 Stelle ha un numero di deputati e senatori che lo rendono indispensabile per qualsiasi combinazione di governo. La Lega (e tutti gli altri partiti) no.
Terza carta. Nelle due Camere i Cinque stelle — assieme alla sinistra — potrebbero disporre di una maggioranza alternativa a quella con il partito di Salvini. Questa può apparire come una strada sbarrata dal momento che una notevole parte dei deputati e dei senatori Pd mesi fa non approvarono la formazione di un asse del genere. Ma oggi l’opzione potrebbe riproporsi in termini diversi da quelli di allora: l’incontro tra grillini e sinistra potrebbe essere presentato come una «provvisoria» alternativa ad elezioni anticipate. Per di più favorita — oggi come allora — dal Capo dello Stato. E in questo caso, al cospetto di un’emergenza del genere…
Per questi motivi si può dire che il partito che fa capo a Di Maio ha ancora ben saldo in mano il bastone del comando. Ma anche quello di Salvini ha dalla sua un buon numero di carte. Vediamole.
Quarta carta. La Lega dispone di un leader che può decidere da solo assieme ai suoi fedelissimi senza essere quotidianamente inchiodato in logoranti discussioni interne (come accadde a Renzi). I Cinque stelle, invece, hanno un capo eterodiretto (da Davide Casaleggio), contestato — ancorché non esplicitamente — all’interno del movimento (da Roberto Fico) e sostituibile (con Alessandro Di Battista o con lo stesso Fico).
Quinta carta. La Lega non ha figure carismatiche (come avrebbe potuto essere, a suo tempo, Umberto Bossi) che possano metterla in crisi. A casa dei Cinque stelle c’è, invece, la «variabile Grillo»: se il comico genovese di punto in bianco decidesse di sbeffeggiare pubblicamente Di Maio (più di quanto abbia già fatto ieri) ne potrebbe nascere un terremoto interno. Anzi, ne nascerebbe sicuramente un terremoto interno.
Sesta carta. Stando ai sondaggi, la Lega alle elezioni europee aumenterà di molto (forse raddoppierà) i propri consensi. Il M5S no.
Settima carta. La Lega ha programmi che la rendono interlocutrice naturale di ambienti esterni al partito salviniano (Confindustria ad esempio). Il M5S assai meno.
Ottava carta. La Lega ha infine degli alleati (quelli con cui si è presentata al voto del 4 marzo) assieme ai quali, nell’eventualità di elezioni politiche anticipate, può legittimamente coltivare l’ambizione di dare l’assalto al cielo, cioè di conquistare la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Il M5S no.
Nona carta. È vero che, come si è detto, il Pd in condizioni di emergenza potrebbe essere costretto a sostenere un governo pentastellato per evitare il ritorno anticipato alle urne. Ma appare assai improbabile che il partito di Martina si acconci poi a una coalizione elettorale con i seguaci di Grillo e Casaleggio. A maggior ragione dopo la prova che questi ultimi hanno dato in questi mesi di governo.
Decima carta (la carta invisibile o non ancora visibile). Una parte del Pd non più renziana — potremmo definirla postrenziana, comprende sostenitori sia di Marco Minniti che di Nicola Zingaretti — alla luce degli ultimi scontri sul condono fiscale dà per probabile che alle prossime elezioni politiche il partito di Salvini e i Cinque stelle si presentino in una contrapposizione più aggressiva di quanto appartenga alla logica di una normale competizione elettorale. Sicché, nel caso le schede, una volta scrutinate, diano un responso analogo a quello del 4 marzo scorso — cioè che nessuno conquisti la maggioranza assoluta dei seggi — sarebbe per entrambi molto difficile dar vita a un governo come quello attualmente in carica. Dopodiché, nell’auspicio che il proprio partito resti all’opposizione e non ceda alla tentazione di giocare di allearsi con i grillini, questa parte del Pd considererebbe con favore che una maggioranza di centrodestra — guidata da Salvini — prendesse il posto di quella gialloverde di oggi. Perché vedrebbe rompersi l’asse tra i due partiti antieuropei e antisistema a favore di un ritorno alla classica competizione tra destra e sinistra. E l’opposizione potrebbe ricominciare ad avere, nel Parlamento e nel Paese, un ruolo che allo stato attuale le è precluso.
In fondo per un partito come il Pd che oscillerà — se le cose andranno nel migliore dei modi — attorno al 20% e che perciò non potrà più dirsi «a vocazione maggioritaria», escludere alleanze elettorali con le forze esistenti comporta una scelta; una scelta implicita a vantaggio di chi, il centrodestra, quel genere di alleanze le ha già. Una scelta implicita si è detto. Ma forse calcolata.

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