Giustizia: i tormenti del movimento

Fonte: Corriere della Sera

di Massimo Franco

L’accordo permette al M5S di piantare la sua bandierina con una modifica sulla prescrizione per i reati di mafia

L’annuncio dell’«accordo unanime» fatto ieri dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, il grillino Federico D’Incà, è involontariamente paradossale.
Sembra dimenticare che già un’altra volta i rappresentanti del M5S nel governo avevano dato il via libera con gli alleati al testo presentato dalla Guardasigilli, Marta Cartabia: lo stesso che il Movimento ha rimesso in discussione, fino a minacciare l’astensione. L’ultima mediazione del premier Mario Draghi, però, chiude il cerchio. E archivia la riforma dell’ex ministro dei Cinque Stelle, Alfonso Bonafede.
L’esito spiega le convulsioni dei grillini, e le minacce di non avallare l’accordo. Ma permette al M5S di piantare la sua bandierina con una modifica sulla prescrizione per i reati di mafia.Per sventolarla, il leader in pectore Giuseppe Conte ha lasciato filtrare perfino voci di una rottura: psicodramma seguito con una punta di ironia da chi era convinto che si trattasse solo di fumo negli occhi per forzare una trattativa dall’esito scontato; e per tacitare un’ala giustizialista che ha puntato al fallimento della riforma.
Rimane da vedere se basterà a zittire quanti hanno continuato a additare Draghi e Cartabia come responsabili di uno scempio giuridico e morale. Nel modo in cui l’ex premier commenta il risultato, si avverte una miscela ambigua di soddisfazione e di incertezza: il timore di Conte è che la «bandierina» scompaia davanti all’archiviazione di una stagione politica. «Noi siamo una grande famiglia», ha detto. «Esamineremo nei dettagli il testo e sono fiducioso che saremo compatti». Non bastasse, precisa: «Non è la nostra riforma, ma abbiamo contribuito a migliorarla».
D’altronde, il sì all’approvazione era l’unica via d’uscita per un M5S in crisi di identità e di leadership; e terrorizzato dall’idea di uno smarcamento dal governo che avrebbe spaccato i gruppi parlamentari. Il fatto che ieri un’altra senatrice abbia abbandonato il gruppo è una sorta di monito a prendere coscienza di un’emorragia di parlamentari, oltre che di voti: un’erosione che evidentemente neanche la guida in incubazione di Conte riesce a fermare.
Sottolineare la «durissima opposizione» della Lega alle modifiche è solo un tentativo di prevenire l’accusa degli irriducibili di avere ceduto. Anche perché il partito di Matteo Salvini e il resto della coalizione si dichiarano soddisfatti: tutti hanno ottenuto qualcosa. Lega e Iv infieriscono sul superamento di un’ottica giustizialista, soffiando su una rivolta all’interno del M5S.
Ma il grillismo appare sconfitto soprattutto per i propri errori. Ha subito un massimalismo che ha finito per trasformare il poco o il tanto ottenuto in una dimostrazione di impotenza.

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