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Dic 11

Giubileo, dalla tradizione ebraica alla bolla di Papa Bonifacio VIII

Fonte: Corriere della Sera

bonifacio

di Gian Guido Vecchi

Il nome viene da «jobel», la parola che indica il corno d’ariete utilizzato dagli israeliti come tromba per annunciare l’inizio dell’anno giubilare

Alla fine dell’ultimo Sinodo, quasi un’introduzione al prossimo Giubileo della Misericordia, il cardinale tedesco Reinhard Marx citava il celebre monologo di Porzia ne Il mercante di Venezia di Shakespeare: «La misericordia è sopra il potere dello scettro regale. Essa deve avere il suo trono nel cuore dei re perché è un attributo di Dio stesso. Solo così il potere terreno diverrà simile a quello divino perché è la misericordia che deve temperare la giustizia». Non a caso Francesco ha voluto indire l’Anno santo un paio di mesi dopo l’assemblea di vescovi da tutto il mondo, come a indicare ai pastori per primi l’orizzonte del dibattito. Ma che significa «giubileo»? E che cos’è, di preciso, la misericordia?

La parola giubileo deriva da «jobel»: in ebraico indica il «corno di ariete» che veniva usato dagli israeliti come una tromba e il cui suono annunciava, appunto, l’inizio dell’anno giubilare nel popolo eletto. Se ne parla nel terzo libro della Torah, il Levitico, al capitolo 25: «Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia».

Il settimo giorno della creazione, come si racconta nella Genesi, Dio si riposò: così lo shabbat, il sabato, è il settimo giorno della settimana che gli ebrei dedicano al riposo e consacrano al Signore, ciò che sarà la domenica per i cristiani. Il giubileo è una sorta di grande sabato nel corso del tempo, che il popolo ebraico scandiva in periodi di cinquant’anni anziché in secoli. Nel Levitico, Dio dice a Mosé sul Sinai che anche «la terra dovrà avere il suo sabato consacrato al Signore» e quindi «per sei anni seminerai il tuo campo e poterai la tua vigna e ne raccoglierai i frutti» ma «il settimo anno sarà come sabato, un riposo assoluto per la terra, un sabato in onore del Signore». Ma non basta: «Conterai anche sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni». Al cinquantesimo anno, «nel decimo giorno del settimo mese» — ovvero Yom Kippur, il giorno dell’espiazione — il suono dei corni segnava l’inizio dell’anno giubilare.

Il giubileo cristiano nasce il 22 ottobre 1300, quando un Papa controverso come Bonifacio VIII (Dante ne annuncia l’arrivo tra i simoniaci dell’Inferno e fa dire a San Pietro, nel Paradiso: «Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio […], fatt’ ha del cimitero mio cloaca / del sangue e de la puzza…») indice un anno santo sull’esempio di quello ebraico, con la bolla Antiquorum habet fida relatio. Nel greco del Nuovo Testamento non esiste il termine giubileo ma la Bibbia greca dei Settanta lo traduce con una parola che ne coglie l’aspetto fondamentale: áphesis, ovvero «liberazione» o «perdono». La stessa parola che usa Gesù nel Vangelo di Luca, quando nella Sinagoga di Nazareth applica a se stesso i versetti di Isaia venuto a «proclamare ai prigionieri la liberazione» e «rimettere in libertà gli oppressi».

Di là dalle vicende storiche, restano essenziali le radici bibliche del giubileo. E le disposizioni bibliche: il riposo della terra; la remissione dei debiti e la restituzione dei terreni venduti al proprietario originario («Le terre non si possono vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini»), la liberazione degli schiavi. Ne parla lo stesso Francesco nell’enciclica Laudato si’, richiamando i passi del Levitico : «Lo sviluppo di questa legislazione ha cercato di assicurare l’equilibrio e l’equità nelle relazioni dell’essere umano con gli altri e con la terra dove viveva e lavorava. Ma, allo stesso tempo, era un riconoscimento del fatto che il dono della terra con i suoi frutti appartiene a tutto il popolo. Quelli che coltivavano e custodivano il territorio dovevano condividerne i frutti, in particolare con i poveri, le vedove, gli orfani e gli stranieri: “Quando mieterete la messe della vostra terra, non mieterete fino ai margini del campo, né raccoglierete ciò che resta da spigolare della messe; quanto alla tua vigna, non coglierai i racimoli e non raccoglierai gli acini caduti: li lascerai per il povero e per il forestiero”».

Il «Giubileo della misericordia» indetto da Francesco è quasi un’espressione tautologica. Solidarietà e giustizia sono essenziali al Giubileo. La parola «misericordia» significa alla lettera avere compassione, provare sentimenti di pietà: e «miserari» in latino viene da «miser» (il povero, lo sventurato) e da «cor-cordis» (il cuore). È la parola che dice l’amore di Dio e Gesù ne è il «volto», scrive il Papa nell’incipit di Misericordiae Vultus, la bolla di indizione del Giubileo. La misericordia è «la condizione della nostra salvezza». Francesco fa notare una cosa importante: «La misericordia di Dio non è un’idea astratta, ma una realtà concreta con cui Egli rivela il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per il proprio figlio». Nel greco dei Vangeli, infatti, questo amore «viscerale» è espresso da un verbo, splanchnízomai, a indicare la misericordia, la compassione di Gesù: viene da splánchna, che designa appunto le viscere o l’utero della madre. L’esatto equivalente dell’ebraico rahamìm, la parola biblica che sta per misericordia ed è il plurale di rehem: «utero» o «viscere». C’è un passaggio di Isaia che Francesco ha citato più volte, da ultimo nel messaggio per la prossima Giornata mondiale della gioventù, nel 2016 a Cracovia: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai».

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