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Feb 13

Fenomenologia grillina del superuomo di massa

Fonte: Corriere della Sera

di Battista-Di Maio

di Goffredo Buccini


Vince l’everyman. L’idolo che «nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello». E dunque rassicura i suoi fedeli, «voi siete Dio, restate immoti», ricevendone in cambio amore e gratitudine. Il trucco nell’inarrestabile avanzata grillina, impermeabile persino ai disastri romani di Virginia Raggi, è pari pari quello della Fenomenologia di Mike Bongiorno. Aveva capito tutto Umberto Eco più di mezzo secolo fa quando, interrogandosi sullo straordinario successo di Mike nonostante gaffe e strafalcioni, aveva concluso che proprio gaffe e strafalcioni ne determinavano il successo. Naturalmente il mitico presentatore venuto dagli States era ben altro, un immenso uomo di spettacolo che aveva metabolizzato il meccanismo e ci giocava con sapienza. Ma gli italiani, alla fine, vedevano ciò che volevano: uno così al loro livello che mai li avrebbe giudicati, messi in difficoltà e men che meno fregati. Ora, si provi a sovrapporre questo schema al volto di Gigi Di Maio o Alessandro Di Battista, i dioscuri dell’immaginario politico pentastellato. Di Maio, il ragazzo che ogni mamma vorrebbe per genero, siede sulla poltrona di vicepresidente della Camera, potrebbe essere il prossimo premier ma, candidamente, colloca con un improvvido tweet in Venezuela il dittatore cileno Augusto Pinochet. Errore da matita blu, su cui, infatti, si accaniscono per giorni gli internauti del Pd e i giornalisti scandalizzati: perbacco, mai sentito parlare di Unidad Popular? Mai ascoltato un brano degli Inti Illimani? Si legga perlomeno qualche pagina di Isabel Allende, buonuomo! Di lì a poco lo sventurato infila un altro tweet («ahi ahi ahi, signor Gigino, lei mi cade sul cinguettio!», avrebbe detto Mike) in cui s’inerpica penosamente sui congiuntivi, aprendo anche qui un filone di spietati chiosatori molti di sicura marca renziana e certo tutti legati all’Accademia della Crusca.
E Dibba? Il mitico Guevara dei Cinque Stelle che ha percorso in scooterone l’Italia in lungo e in largo per la campagna del No al referendum? Beh, lui, possibile ministro degli Esteri d’un monocolore grillino, prima distilla iperboli insensate su Nigeria, Ebola e Boko Haram. Poi spiega di voler difendere con tutto se stesso «la Costituzione approvata a suffragio universale nel ‘48». E giù frizzi e lazzi dei soliti sapientoni, perché naturalmente la Carta fondamentale della Repubblica fu votata, sì, ma dall’Assemblea costituente eletta, quella sì, a suffragio universale, peraltro nel ‘46. Bene, se avete finito di sghignazzare e di impartire lezioni, scendete in strada e azzardate un minisondaggio (niente di scientifico, per carità, un modesto fai-da-te) nella prima piazza che avete a portata di mano o sul primo bus che passa (a Roma dovrete aspettare parecchio per il bus, ma pazienza): quanti sanno chi fosse Pinochet? Quanti cosa sia il suffragio universale? Quanti conoscono l’anno in cui è stata promulgata la Costituzione? (Evitate di inoltrarvi in domande sulla consecutio temporum o su Boko Haram perché potreste essere fraintesi e beccare un ceffone). L’Italia è ultima in Europa per numero di laureati e ha sconfortanti tassi di lettura di libri e giornali. Non ci vuole molto a capire, dunque, per chi parteggi l’italiano medio in una disputa tra uno che «parla come mangia» (per dirla con Di Pietro) e un saccente che pare appena venuto via dal capezzale di Pinocchio.
La forza dei Cinque Stelle oggi sta soprattutto qui, senza scomodare nemmeno post verità e algoritmi: ogni corbelleria, ogni affronto alla lingua del Manzoni ce li rende più cari, perché rassicuranti e simili in fondo ai nostri molti difetti. Rovesciando la convinzione che prima Gramsci e poi Togliatti avevano instillato nelle classi italiane più svantaggiate, e cioè che cultura e conoscenza sarebbero state le vere armi per conquistare l’egemonia, il verbo pentastellato postula una sorta di santa ignoranza, di stato naturale dell’umanità. Congela ciò che il Pci voleva mutare a forza. «L’homme est foncièrement bon», scriveva Rousseau, «l’uomo è naturalmente buono», prima che gli riempiano la testa di balle: potrebbe non essere casuale che la piattaforma dei Cinque Stelle porti il suo nome.

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