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Dic 07

Elezioni: l’azzardo e le regole

Fonte: Corriere della Sera

voto

di Antonio Polito

In troppi corrono, tra i vincitori e i vinti, verso le urne, ma serve primauna legge condivisa

Da troppi anni dosi massicce di avventurismo vengono iniettate nel nostro sistema politico. Si è diffusa, dopo che Berlusconi nel 1994 la importò dal mondo dell’impresa, una mistica del gesto rapido e audace, spregiudicato e in quanto tale «coraggioso»: un «arditismo» che celebra chi agisce con cinica e arrischiata determinazione. Asfaltare gli avversari è diventato così il contenuto principale della lotta politica, con il conseguente grave indebolimento dei vincoli del bene comune e dell’interesse generale. Alcune delle difficoltà in cui ci dibattiamo oggi provengono proprio dal gusto dell’azione di forza. Per esempio: la bizzarria di varare una legge elettorale valevole per una sola Camera può essere spiegata esclusivamente con il tentativo di creare il fatto compiuto, e cioè l’abolizione del Senato elettivo. Ma il fatto non si è compiuto, poiché è stato impedito dalla vittoria del No. E ora ci troviamo nella singolare condizione, unici in Europa, di non poter nemmeno scegliere la strada delle elezioni anticipate finché non disporremo di una legge elettorale praticabile per entrambi i rami del Parlamento. Però avventura tira avventura. E infatti sono molti oggi, sia tra i vincitori del referendum come i grillini e i leghisti, sia curiosamente tra gli sconfitti renziani, ad avere fretta e voglia di fare il bis, andando a votare subito, così subito da correre perfino il rischio elevatissimo di avere due maggioranze diverse nelle due Camere, o di replicare al Senato venti ballottaggi regionali estendendovi una legge (l’Italicum) fino a ieri considerata da buttare e che la Consulta potrebbe davvero buttare, quando a fine gennaio deciderà se è incostituzionale. Sarebbe un modo sicuro di garantirci altri anni di instabilità, ripetendo il caos del 2013.
Intendiamoci: la sconfitta del premier al referendum ha ferito a morte anche la legislatura. È già un miracolo che sia arrivata fin qui, per come era nata. Aver fallito l’obiettivo della Grande Riforma provoca dunque non solo la crisi del governo Renzi, ma anche del Parlamento che lo ha espresso facendo ampio uso di alchimie (un partito che si chiama Nuovo centrodestra in un governo di centrosinistra) e di trasformismi (i verdiniani seduti insieme con i transfughi montiani e vendoliani). È chiaro che la legislatura difficilmente troverà sufficiente benzina per arrivare fino alla scadenza naturale del 2018. E in ogni caso l’elettorato non sopporterebbe manifestazioni di accanimento al potere. Però, prima di votare, ci vogliono regole che rendano utile il voto, che lo traducano in maggioranze e governi. E questo è lavoro dei politici che non può essere scaricato sui cittadini, nemmeno chiedendo loro l’ennesimo plebiscito. Soprattutto quando il plebiscito precedente è andato male.
E’ ragionevole dunque la posizione che sembra farsi strada nel Pd dopo molte incertezze, favorevole alla nascita di un «governo di responsabilità nazionale» che sistemi la legge elettorale prima delle urne. A patto che non si tratti dell’inizio del famoso gioco del cerino, e la richiesta che tutti i partiti ne facciano parte non sia solo un espediente per dichiarare fallito il tentativo di fronte allo scontato no di Grillo o di Salvini. Bisogna infatti tener presente che sul Pd ricade la responsabilità maggiore, perché dispone di circa quattrocento parlamentari e perché spetta al partito di maggioranza fare ciò che si deve per evitare avventure. Già il referendum è stata una partita mal concepita; sarebbe molto pericoloso per lo stesso Pd se la sua crisi si scaricasse ora sul Paese.
Si potrebbe obiettare che un governo non può nascere al solo scopo di fare una legge elettorale. D’accordo. Ma vedrete che chiunque riuscirà a farne uno, di lavoro da sbrigare ne troverà in abbondanza. C’è l’Europa che vorrebbe una manovra correttiva, grandi e piccole banche bisognose di interventi sul capitale, un enorme debito pubblico da gestire in condizioni sempre meno favorevoli, un’ampia fetta del Paese terremotata che aspetta la ricostruzione. I politici vivono di elezioni, ma il resto della gente si nutre diversamente. La democrazia non è una fabbrica di campagne elettorali, non è un «lascia o raddoppia». L’Italia è fragile ed esposta ai venti, ha bisogno di un governo e chi ha i numeri in Parlamento può farne uno. Proviamo a ricordarcene prima di piangere nuove e calde lacrime di coccodrillo sui trionfi del «populismo». La prossima volta potrebbe essere troppo tardi.

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