Economia verde: che cosa significa?

Fonte: Corriere della Sera

di   Wolfgang Münchau

L’Unione europea è tesa al raggiungimento degli obiettivi climatici, ma trascura gli investimenti

L’Unione europea che piace a me è quella che sa svolgere con competenza gli incarichi più noiosi, senza perdersi in chiacchiere. Non abbiamo bisogno di esperti di comunicazione, tanto per fare un esempio, per sapere che l’Unione europea gestisce una politica della concorrenza di prim’ordine.
Ma negli ultimi due decenni l’Europa sembra aver smarrito la strada giusta, nel tentativo di acquisire competenze… in modo incompetente. La politica dell’austerità è stata dannosissima, ma anche profondamente stupida. La Commissione europea non avrebbe mai dovuto accollarsi il compito di comprare i vaccini senza le necessarie modifiche normative che le avrebbero garantito l’autorità e i mezzi per svolgere al meglio quell’incarico.
Quando si ritrovano alle strette, certe persone preferiscono cambiare discorso. Non mi stanco mai di ricordare il fondo di investimento da 315 miliardi di euro voluto da Juncker come un esempio lampante di tanto clamore per nulla. Allo stesso modo, temo che l’impegno sottoscritto dall’Unione europea per una riduzione del 55 percento di emissioni di CO2 – dopo un precedente accordo per il 40 percento – svanirà ancora una volta in una bolla d’aria fritta. Gli imprenditori sanno benissimo che gli obiettivi sono irrilevanti, se non si hanno i mezzi per raggiungerli. Tempo addietro, i capi di stato e i commissari europei la pensavano allo stesso modo, ma non così per i politici di oggi. Costoro si accontentano di aggirarsi in un’atmosfera eterea, fatta di specchi e cortine fumogene, una realtà parallela nella quale gli obiettivi stessi sembrano assumere una vita propria.
Lo stesso vale per l’altro obiettivo stabilito dall’Unione europea per affrontare i cambiamenti climatici: la quota «verde» del 30 percento da applicare a tutte le spese comunitarie. Per prendere sul serio questo obiettivo, l’Ue dovrebbe innanzitutto riformare la politica agricola comune, ma quando si è presentata l’occasione propizia per farlo, lo scorso anno, l’Unione europea si è guardata bene dal passare all’azione. Preferendo invece imbrogliare le carte. La Commissione europea classifica gli investimenti a seconda dello 0, 40 e 100 percento di contenuto verde, e arrotonda i numeri verso l’alto. Così l’1 percento rientra nella categoria del 40 percento. E 41 percento in quella del 100 percento.
Ma gli obiettivi sono importanti, perché la magistratura ha il diritto di intervenire per farli rispettare. Così è accaduto in Germania, quando il governo non è riuscito a far revocare il divieto all’utilizzo del diesel imposto dalle autorità locali. Ma il grosso del lavoro potrà essere realizzato solo grazie agli investimenti nella tecnologia. Un obiettivo di riduzione del 40 percento, sostenuto da una strategia di investimento a lungo termine nella ricerca e sviluppo di tecnologie verdi, produrrebbe migliori risultati rispetto a un semplice obiettivo fissato al 60 percento. Come pure una quota di spesa del 20 percento da destinare al clima, correttamente applicata e rispettata.
L’Unione europea ha perso l’occasione buona per diventare leader mondiale nel campo della tecnologia digitale. Ugualmente, pur vantando una grande industria farmaceutica, l’Unione europea non sarà leader nella produzione di medicinali di nuova generazione. Le rimane tuttavia l’opportunità di emergere come leader mondiale nella tecnologia per contrastare i cambiamenti climatici. Noi europei siamo imbattibili nel campo dell’ingegneria e delle scienze applicate, ma non saranno gli obiettivi a portarci al successo, bensì gli investimenti.
Come riferito su Eurointelligence la scorsa settimana, gli investimenti del settore privato nella zona euro si sono dimezzati dall’inizio della pandemia. I governi hanno assicurato sostegno finanziario e linee di credito a tutti coloro che erano stati colpiti dalla crisi, ma gli investimenti del settore pubblico non sono intervenuti per colmare il divario, come mostrano i dati della BCE. Il Recovery fund si propone di agevolare questo passaggio, ma rappresenta una minima percentuale della liquidità perduta. I dati provenienti dagli Stati Uniti, al contrario, rivelano che è in atto una forte e rapida ripresa, dopo il crollo degli investimenti delle imprese nella fase iniziale della pandemia.
La cosa migliore per l’Unione europea sarebbe fare esattamente quello che i capi di stato hanno rifiutato durante il vertice di luglio: fornire capitale alle aziende, anziché prestiti. E concedere alle imprese generosi investimenti a fondo perduto, al fine di ridurre il loro carico fiscale. Il Recovery fund si concentra soprattutto sugli investimenti del settore pubblico, anche questo importante, ma ricordiamo che il lavoro pesante sarà svolto dal settore privato.
Lo scorso anno la Commissione europea aveva proposto un progetto pilota per consentire investimenti basati su fondi azionari, ma il Consiglio europeo lo ha bocciato, insieme ad altri programmi, per salvaguardare il valore complessivo assegnato al Recovery fund. C’era da aspettarselo: i leader europei sono sempre pronti a preferire le apparenze ai contenuti.
Dopo la crisi della zona euro, gli investimenti hanno subìto un lungo stallo. C’è stata la ripresa, ma poi è intervenuta la pandemia ad azzerare i guadagni. Così com’è accaduto in passato, anche questa volta i governi avranno difficoltà a incrementare gli investimenti e a creare un ambiente imprenditoriale favorevole alla crescita, perché paralizzati dalla normativa fiscale. D’altro canto, non sono stati fatti passi avanti verso l’indispensabile integrazione dei mercati finanziari, attesa da tempo, che consentirebbe al settore del capitale di rischio di incanalare i risparmi verso le start-up di nuova generazione.
La riforma delle regole di bilancio, l’integrazione dei mercati finanziari e la modifica della normativa fiscale sarebbero in grado di produrre investimenti e occupazione più consoni alle esigenze ambientali, rispetto a una futile corsa al rialzo sugli obiettivi numerici per la riduzione delle emissioni.
Inoltre, non credo che questa farsa darà risultati politici. Quando verranno smascherate le false promesse della politica europea sul clima, il centro avrà perso non solo le vittime della crisi economica, ma un’intera generazione di giovani elettori. Questo è il problema degli specchi e delle cortine fumogene: quando il fumo si dirada, le cose appaiono per quello che realmente sono.

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