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Feb 13

Dov’è la classe dirigente?

Fonte: Corriere della Sera

di Ferruccio De Bortoli

Su buone scuole e buone università italiane tutti d’accordo: in teoria. Ma nessuno si pronuncia sul contratto degli insegnanti che mortifica il merito


Una sensazione strana in questa forse inutile campagna elettorale. Con rare eccezioni, lo sguardo prevalente è rivolto al passato. Nella costante dilatazione del presente, il futuro non esiste. Se ne avessimo una qualche idea, per esempio, ci saremmo preoccupati per tempo del debito pubblico, lasciato a se stesso dagli ultimi governi. Siamo prigionieri del passato nella convinzione, malsana e ingannevole, che vi sia una torta da dividere, risorse aggiuntive da distribuire senza costi reali. Non siamo riusciti a fare una efficace spending review per lustri e, all’improvviso, un po’ tutti scoprono che si possono tagliare sussidi e detrazioni per decine di miliardi l’anno. Con un tratto di penna. Si fa credere agli italiani che il loro welfare universale — pensioni e sanità — sia sostenibile all’infinito in una società che invecchia e ha bisogno di immigrati. Che il Paese abbia la libertà di chiudersi in se stesso pur rimanendo, per merito, un grande esportatore. E sia nelle condizioni di scegliere della globalizzazione solo ciò che può fargli comodo. À la carte. E così dell’Europa e della sua presunta ossessione per conti e regole. Come se potessimo fare a meno di un bilancio sano e continuare a indebitarci restando ipoteticamente fuori dall’Unione. Chi porta la responsabilità di questo mancato discorso pubblico sulle reali condizioni finanziarie del Paese e sulla sua incerta traiettoria futura?
Inutile prendersela solo con i populisti di varia gradazione. Fatica sprecata. La stampa ha le sue gravi responsabilità, d’accordo. Ma c’è una parte consistente della classe dirigente o supposta tale, una élite industriale e finanziaria, che tace, assiste, ma soprattutto preferisce tessere relazioni vecchie e nuove anziché avere il coraggio di dire in pubblico ciò che sostiene in privato. Per esempio, esprimersi con nettezza sulla pericolosità di alcune ricette e non soltanto limitarsi a vaghe perorazioni di principio. Poteri forti solo nella loro arroganza e nel loro distacco, che giustificano prudenza e ipocrisia con la scusa degli interessi dei propri azionisti o stakeholders che poi sarebbero in ultima analisi, piaccia o no, anche cittadini italiani. Mostrano nei confronti dei partiti una falsa neutralità in attesa di capire chi vincerà, se vincerà. Disegnano, in numerosi incontri a porte chiuse, scenari di vario tipo incidendo anche, e in negativo, sulle aspettative di osservatori e investitori stranieri. Sono italiani a corrente alternata. Solo quando fa loro comodo nel proteggere relazioni e rendite di posizione. Altrimenti sono cittadini del mondo e non tenuti al coraggio nazionale delle proprie idee. Si lamentano, ovviamente, della dilatazione della spesa pubblica ma sarebbero i primi a protestare se il taglio dei sussidi toccasse il loro conto economico. Tutti hanno un osservatorio privilegiato sulle dinamiche future dei Paesi industrializzati e dovrebbero sentire il dovere di condividere analisi e conoscenze con l’opinione pubblica. Sanno quello che conterà in futuro, da che cosa dipenderanno lavoro e benessere, nel mezzo di una rivoluzione digitale che cambia ogni paradigma di vita. Quanto sarà essenziale, per esempio, la dimensione immateriale. La centralità di cultura, istruzione, formazione, preparazione anche e soprattutto tecnica. Buone scuole e buone università italiane? Tutti d’accordo. Ma nessuno avrà nulla da dire, immaginiamo, sul nuovo contratto della scuola che mortifica il merito. Tanto i figli studiano all’estero. Bisognerà puntare massicciamente sulla qualità del capitale umano, sulla sua mobilità, sul lavoro femminile, favorire investimenti in infrastrutture fisiche e immateriali per garantire un futuro decente ai nostri giovani. Avere lo sguardo lungo, non godere del bonus corto o della decontribuzione temporanea. Né insistere nel ridurre solo le tasse, che vanno assolutamente ridotte, ma non in deficit. Né essere agnostici di fronte al valore diseducativo di nuovi condoni o alla presa in giro di mirabolanti redditi per tutti.
Voci autorevoli di questo mondo se ne sentono poche, al di là di discorsi generici. Gran parte di loro, così severi nel denunciare l’inaffidabilità della politica, si affannano invece nel cercare i possibili referenti del dopo 4 marzo. Anche con qualche sorprendente apertura verso i Cinquestelle. Oppure tornando ad affollare la via di Arcore, dopo averla disconosciuta e disprezzata nel mezzo della grande crisi, o aggirandosi intorno al giglio magico renziano.
Nei giorni scorsi, nell’inaugurare l’anno accademico dell’Università Statale di Milano, il rettore Gianluca Vago si è chiesto come mai si discuta poco di quello che dovremmo fare e decidere in fretta per essere protagonisti e non vittime di una «rivoluzione tecnologica» che muterà in profondità le nostre condizioni di vita e lavoro. Mentre si sprecano le polemiche sul fatto che si possa o no insegnare in inglese. In una riunione a porte chiuse, sempre a Milano pochi giorni fa, con centinaia di presidenti e amministratori delegati (pochissime le donne), il numero uno di Enel, Francesco Starace, ha detto alcune parole che meriterebbero di essere commentate. In sintesi: noi classe dirigente ci lamentiamo della politica alla quale però raccontiamo mezze verità. Insistiamo per avere regole certe ma dovremmo essere i primi a chiedere di cambiarle perché la realtà cambia. A una velocità impressionante della quale non abbiamo coscienza pubblica, la quale riposa, in questa campagna elettorale, aggiungiamo noi, su un cuscino di false certezze.

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