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Giu 27

Di Maio imita Trump per sfidare l’Europa: “Deve difendere di più il Made in Italy”

Fonte: La Stampa

di Ilario Lombrado

Il flirt di Conte con la Casa Bianca punta a creare un’alleanza per aiutare le piccole imprese che vivono di export

Il neotrumpismo all’italiana ha trovato un nuovo paladino in Luigi Di Maio e il solito obiettivo nell’Ue. «Non ho detto che voglio mettere i dazi, ma non devono essere più un tabù» spiega il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro davanti alla platea di Confartigianato. Ma allora cosa voleva dire? Di Maio precisa meglio le sue intenzioni così: «Difendere al massimo il Made in Italy» e spingere l’Europa «a fare qualche sforzo in più» contro la concorrenza sleale.
Perché in realtà tutti al governo sanno, dal premier Giuseppe Conte in giù, passando per i suoi due vice, che chiudere gli occhi sui dazi imposti da The Donald vorrebbe dire mettere un cappio al collo alla nostra economia, alle piccole medie imprese che vivono di export e che tante speranze hanno riposto su Lega e M5S. E allora quel flirt tra Conte e Trump, quel corteggiamento insistito, iniziato al G7 in Québec, con il premier italiano, unico tra gli europei, a lasciare uno spiraglio alle politiche americane dei muri commerciali, ha un senso in una strategia che offre di nuovo confini e protezione contro le maglie più larghe dell’Ue.
Ancora più che un modello, Trump sulla questione dei dazi è un alleato utile, un’occasione per l’Italia gialloverde di chiedere nuove regole sul mercato unico.A chiusura del G7, Conte ha firmato il documento comune sui dazi americani, ma lo ha fatto chiedendo una revisione della «datata» Organizzazione mondiale del commercio (Wto), che «va ripensata e adeguata al mutato scenario globale».

Italy first
L’Italy first grilloleghista è un’idea in evoluzione, l’incrocio di pensieri economici differenti, anche opposti, che cercano un sintesi che sembra impossibile. Sullo sfondo c’è sempre la sfida per l’egemonia sul governo tra Salvini e Di Maio. Entrambi cavalcano le derive della globalizzazione. Mentre Trump all’apertura del G7 canadese scatenava la guerra dei dazi all’Europa, il leghista era già pronto a difendere le ragioni dell’amico americano più di quelle europee: «Finalmente apre un dibattito, ce l’ha con il surplus commerciale tedesco e con la sovrapproduzione cinese. Magari è la volta buona che venga riconosciuta la tutela obbligatoria dopo anni di chiacchiere del Made in, a livello comunitario». Una vecchia battaglia di Salvini contro Bruxelles, che a suo dire «ci penalizza sul comparto agricolo» da quando ha reso più permeabile il mercato ai prodotti che fanno concorrenza all’Italia.

«Dimaionomics»
Ma contro i pomodori marocchini, l’olio tunisino e le arance egiziane anche Di Maio ha fatto grande raccolta di voti al Sud, tra i coltivatori infuriati della Sicilia. E ora si riprende la scena, strappando dalle mani a Salvini una materia che è di competenza del ministro dello Sviluppo economico. Prima le sanzioni, contenute nel decreto Dignità, alle aziende che ricevono finanziamenti pubblici e delocalizzano anche in Europa. Ora i dazi, «chiudere con quei Paesi che minacciano le nostre specialità con i prodotti a basso costo». Emerge così la filosofia economica dei 5 Stelle: «Si tratta di sfruttare misure che si possono realizzare anche all’interno del mercato unico europeo e che permettono un maggiore margine di protezione a singoli Paesi membri qualora venga ravvisato un dumping ambientale, sociale e fiscale» spiega Lorenzo Fioramenti, deputato-economista, già consigliere di Di Maio, oggi sottosegretario al ministero dell’Istruzione. In effetti da tempo l’Ue sta lavorando per arginare queste violazioni. Dopo aver imposto dazi a oltre 50 prodotti cinesi, nel novembre 2017 gli eurodeputati hanno adottato regole ancora più severe, rinforzate lo scorso maggio: «Ben vengano – aggiunge Fioramonti – riforme più compatibili con le produzioni locali, a misura d’ambiente e a svantaggio di quelle internazionali» . La Dimaionomics è ancora tutta da scrivere ma si intravede il suo orizzonte in una nuova forma di protezionismo. Anche se poi scivola su una liberalizzazione che premia i colossi del web in un mercato che è distruttivo per molte aziende nazionali.

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