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Nov 08

Dalle elezioni siciliane tre lezioni per i partiti

Fonte: Corriere della Sera

di Sabino Cassese

Come in altre democrazie mature, anche in Italia la democrazia sta diventando un governo di minoranze. Questo non vuol dire necessariamente che vi sia un rifiuto della democrazia. Vuol dire anche che si reclama il diritto di non partecipare


Che cosa insegnano le elezioni siciliane? Anche se non rappresentative delle tendenze nazionali (in Sicilia la destra è forte, la sinistra debole), vi sono indicazioni che possono trarsi per le prossime elezioni nazionali? Quale democrazia ci aspetta?
Bisogna, innanzitutto, abituarsi a una democrazia sempre meno partecipata. Dal 1948 al 1976 hanno votato alle elezioni nazionali quote oscillanti intorno al 92 per cento degli elettori. Poi ci siamo attestati al 72 per cento. In Sicilia la partecipazione, domenica scorsa, è stata di poco inferiore al 47 per cento (si era fermata a questo stesso livello nel 2012, ma dall’inizio del secolo aveva oscillato tra il 59 e il 67 per cento). Questo non vuol dire disinteresse per la politica. Secondo dati dell’Istituto nazionale di statistica, la partecipazione politica attiva, a livello nazionale, è limitata a un 8 per cento di italiani con più di 14 anni (erano il 10 per cento nel 2008), ma quella passiva «invisibile» (quella di chi parla di politica, ascolta dibattiti politici, si informa dei fatti della politica) è del 77 per cento, e la partecipazione sociale è tre volte quella politica. Prima lezione: come in altre democrazie mature, anche in Italia la democrazia sta diventando un governo di minoranze. Questo non vuol dire necessariamente che vi sia un rifiuto della democrazia. Vuol dire anche che si reclama il diritto di non partecipare. Ma comporta anche un invito ai governanti di essere più tolleranti, di non tirare troppo la corda.
Bisogna, poi, fronteggiare l’atomizzazione della scena politica italiana. Con la nuova legge elettorale nazionale, il popolo, votando, non sceglierà né il governo, né il presidente del Consiglio dei ministri: questi saranno necessariamente frutto di negoziazioni parlamentari e dell’intervento presidenziale. I CinqueStelle, precludendosi accordi, si autoescludono: la «conventio ad excludendum», rivolta una volta al Partito comunista, diventa ora autoemarginazione. Resta alle altre forze politiche il compito di raggiungere accordi, sia sul governo, sia sulle sue politiche, sia sulla guida del Consiglio dei ministri. Seconda lezione: eravamo alla ricerca di una democrazia schumpeteriana, competitiva, dell’alternanza, dobbiamo invece far fronte a una democrazia kelseniana, consociativa, che «tende a venire a un compromesso», a «creare un medio termine fra gli interessi opposti, una risultante delle forze sociali di segno contrario», per adoperare le parole del giurista austriaco. Quindi, vince chi ha maggiore capacità di trattare col nemico (e con gli alleati).
Infine, in Sicilia, i due maggiori movimenti sono stati guidati da due «leader» ambedue esclusi dal governo, Berlusconi e Grillo. In modi diversi, si ripresenta una separazione di compiti che a lungo la Democrazia cristiana ha fatto valere: chi guida l’esecutivo non è, nello stesso tempo, il segretario politico del partito di governo. Terza lezione: la figura del capo del governo deve essere diversa da quella del «leader» politico. Quest’ultima è quella di un protagonista, forse anche di un agitatore, che parla al Paese; l’altra è quella di un «dialogante», che negozia, gestisce, amministra.
Anche in politica ci sono, però, gli imprevisti. Il primo di cui tener conto è costituito da quel differenziale del 70 per cento tra chi partecipa attivamente e chi partecipa passivamente alla politica. Esso è costituito da persone che non dormono, possono svegliarsi e cambiare completamente le carte in tavola. Il secondo imprevisto sta nella velocità delle proposte politiche, che è maggiore della rapidità con la quale si muovono le persone. Come ha notato Yves Meny, il populismo è stato fino a ieri perdente, ma le sue idee hanno fatto breccia e talora sono diventate vincenti. E questo vale in particolare in Italia, dove il populismo ha sposato il giustizialismo maturato in trent’anni di storia recente.

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