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Dic 01

Da Parigi grandi promesse per il Pianeta. Ma si riuscirà a rispettare i patti?

Fonte: La Stampa

parigi-clima 2015

di Roberto Giovannini

I leader mondiali hanno ribadito gli obiettivi per frenare il riscaldamento globale. Riduzione dei gas serra, energie rinnovali e investimenti nella ricerca. È la volta buona?

Cosa hanno detto? Qual è stata la frase più forte e indicativa pronunciata dai sei capi di Stato durante il loro intervento dinanzi ai delegati della Cop21?  Quali gli impegni assunti? Ogni Paese si è presentato a Parigi forte delle promesse della «Intended Nationally determined Contribution (Indc) Quali sono queste promesse? E sono realizzabili? Gli obiettivi che i leader si sono prefissati a partire dal 2020 (secondo l’Indc) sono alla portata dei loro Paesi o si tratta invece di promesse irrealizzabili?

Stati Uniti Il mondo si aspetta un impegno maggiore

La promessa presentata dagli Stati Uniti consiste in una riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2030 del 26-28 per cento rispetto ai valori registrati nel 2005. Considerando l’anno di riferimento usato dall’Unione europea, e non considerando i dubbi risparmi legati alla forestazione, gli Usa hanno un target 2030 di riduzione delle emissioni del 12-19 per cento rispetto al 1990. Si tratta di obiettivi timidi, considerando che l’Ue promette un taglio del 40% per il 2030, ma che possono essere considerati anche significativi. Se non addirittura prudenziali, rispetto alle reali e superiori possibilità di intervento del sistema economico Usa. Bisogna ricordare che sino al 2008 il volume di emissioni era in realtà aumentato anno dopo anno; che tutti i risultati sono stati conseguiti sotto la presidenza Obama; che negli ultimi 2 anni la tendenza alla riduzione si è accelerata, grazie allo sfruttamento dello «shale gas»; che tutti questi risultati sono stati ottenuti nonostante il veto del parlamento a maggioranza repubblicana. Il mondo ha bisogno che gli Usa facciamo di più.

India  L’obiettivo è migliorare l’efficenza energetiva

La promessa dell’India si basa su criteri diversi da quelli dei Paesi occidentali: invece di taglio delle emissioni, si parla di miglioramento dell’efficienza energetica del Paese. L’obiettivo è una riduzione entro il 2030 dell’intensità delle emissioni del 33-35% rispetto al 2005; portare nel 2030 la produzione elettrica da rinnovabili al 40% del totale, e aumentare la capacità delle foreste di assorbire CO2 con nuove piantagioni. Gli esperti dicono che si tratta di un obiettivo assolutamente alla portata, e dunque da considerare nella parte bassa della «forchetta» rispetto alle reali possibilità dell’economia indiana.

Cina  Emissioni in crescita fino al  2020-2025

Anche la Indc della Cina usa un criterio diverso da quello dei Paesi industrializzati, ovvero l’efficienza con cui l’economia utilizza l’energia ed emette gas serra a parità di prodotto. La Cina ha così annunciato l’intenzione di ridurre entro il 2030 l’«intensità di emissioni» del 60-65% rispetto ai valori del 2005; di aumentare la percentuale di energia primaria che ha origine non fossile (considerando tutto: elettricità, trasporto, eccetera) al 20%; di aumentare in modo significativo la sua dotazione di foreste. Quando si parla della Cina, si ragiona in termini di dimensioni immense. Un discorso che vale sia per la massiccia attività di industrializzazione e di costruzione di fonti energetiche basate sull’energia fossile, a partire dal carbone, che è stata seguita finora. Ma anche dell’immenso piano per la realizzazione di strutture per la produzione elettrica da fonti rinnovabili. In sostanza, per gli esperti le emissioni cinesi continueranno a crescere fino al 2020-2025, se non addirittura fino al 2030. Con effetti globali disastrosi. Serve dunque un ulteriore rafforzamento delle politiche ambientali.

Italia  In Europa siamo tra i primi della classe

Come tutti i Paesi dell’Unione europea, l’Italia si è impegnata a ridurre entro il 2030 le emissioni di gas serra di almeno il 40 per cento rispetto a quelle registrate nel 1990. Si tratta di un obiettivo assolutamente alla portata, anzi definito «non ambizioso» da parte degli istituti di ricerca ambientalisti. Secondo i calcoli degli esperti, le politiche attuate ora dall’Europa possono portare a una riduzione di soltanto il 23-35% delle emissioni nel 2030, e dunque non ci siamo rispetto ai nostri stessi obiettivi. Per quanto riguarda l’Italia, siamo certamente tra i primi della classe in Europa dal punto di vista della riduzione delle emissioni: nel 2013 (ultimo dato disponibile) avremmo dovuto registrare un meno 8% sul 1990, e siamo a un meno 16%. Ma per progredire ancora il governo dovrà ripensare la sua politica sugli incentivi alle rinnovabili, e agire sul versante del trasporto e del riscaldamento degli immobili. Significa cambiare il modo di produrre e quello di costruire (o ristrutturare) le nostre case.

Canada  Trudeau non cambia rotta, ma vuole una finanza verde

L’obiettivo di riduzione delle emissioni per il Canada in realtà è stato varato dal predecessore di Trudeau, il conservatore Stephen Harper. Prevede la riduzione delle emissioni nel 2030 del 30 per cento rispetto al livello del 2005. Nel confronto col 1990 (il criterio europeo) la riduzione delle emissioni è solo del 2 per cento. Formalmente, nonostante la recente vittoria elettorale, il liberale Trudeau non ha modificato in nulla le promesse di riduzione delle emissioni del rivale sconfitto. A Parigi per adesso il nuovo premier ha soltanto annunciato nuovi contributi economici sul versante della finanza verde.

Germania  Potrebbe fare di più come Svezia e Danimarca

Come tutti i Paesi dell’Unione europea, la Germania si è impegnata a ridurre entro il 2030 le emissioni di gas serra di almeno il 40 per cento rispetto a quelle registrate nel 1990. Come per il resto dell’Ue, gli addetti ai lavori si dicono convinti che gli obiettivi europei siano assolutamente migliorabili, ad esempio salendo per il 2030 fino a quota meno 50 per cento di emissioni rispetto al 1990. Mentre molti Paesi dell’Unione a 28 hanno economie ancora non del tutto moderne, la Germania potrebbe certamente seguire l’esempio di Paesi europei più virtuosi come la Danimarca e la Svezia, che hanno stabilito obiettivi molto più ambiziosi, come la totale eliminazione in tempi brevi del contributo delle fonti fossili alla produzione elettrica. In Germania, però, pur esistendo un ampio consenso sulla cosiddetta «Energiewende», bisogna fare i conti con la forza di settori economici ancora strategici come quello dell’industria pesante e del carbone. Che premono sul governo per un allentamento delle politiche ambientali.

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