Crisi, l’illusione che il rinvio possa essere una strategia

Fonte: Corriere della Sera

di Daniele Manca

Si avvicina la scadenza del primo febbraio, per la miniproroga delle cartelle fiscali: al 31 dicembre dello scorso anno i crediti non riscossi erano pari a mille miliardi

L’Italia è entrata nel limbo della crisi politica. Uno strepitoso alibi per molti in Parlamento, al governo e nell’amministrazione pubblica per sospendere le attività. Saltata la riunione tra Regioni e governo per il Recovery plan mentre si avvicina pericolosamente la scadenza del primo febbraio, giorno al quale era stata ancorata la miniproroga delle cartelle fiscali. Solo ieri il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha assicurato che si sta lavorando per dare qualche certezza in più ai cittadini. E questo a 72 ore dalla scadenza, quando al 31 dicembre dello scorso anno i crediti non riscossi erano pari alla cifra monstre di mille miliardi accumulati dal 2000 al 2020.
Un numero emblematico, rivelato dallo stesso direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini. E che racconta meglio di ogni parola quanto in Italia la stortura di lasciare aperti i dossier sia la regola e non l’eccezione. Crisi o non crisi. A rischio di slittamento sono persino partite urgenti come i ristori legati alla grave emergenza Covid. Misure appese alle parole e alle dichiarazioni di buona volontà di questo o quel ministro.
Ma se questa è l’evidenza, quanti altri piccoli e poco conosciuti provvedimenti finiranno nell’enorme cassetto di Stato delle misure travolte dalla crisi di governo? Stando a quanto rilevato dal «Sole 24 ore», sarebbero in attesa di essere varati oltre 540 su 919 decreti attuativi che avrebbero dovuto rendere operative le scelte dei due governi Conte, il primo gialloverde il secondo giallorosa.
Già Milena Gabanelli e Simona Ravizza (Corriere della Sera del 18 gennaio scorso) hanno puntigliosamente documentato il rallentamento dei tempi che una crisi politica di per sé impone all’attività dello Stato. Ma la risposta non può e non deve essere, naturalmente, che le crisi vanno evitate. Il vero nocciolo della questione è che lo Stato deve comunque continuare a funzionare. A maggior ragione durante le purtroppo numerose crisi politiche che portano a successive crisi di governo che in ogni legislatura hanno attraversato l’Italia. (Una costante quali che fossero le leggi elettorali).
Un governo in carica c’è. Si dirà: ma solo per gli affari correnti (e anche per quelli è necessaria una apposita circolare). Ma con tutto il rispetto per i protagonisti, non è molto utile mettersi a discutere se sia o meno un affare corrente andare avanti sul lavoro per strutturare il Recovery plan assieme alle Regioni. In ogni caso andrebbe ricordato che quel piano è ancorato al bilancio europeo che va da qui al 2027. E che quindi non è né un regalo né una concessione a questo come ai governi che si succederanno: tentare perciò di identificare buone pratiche sarebbe utile a chiunque dovesse arrivare al governo.
Il sospetto è che in quelle due parole «affari correnti» ci sia anche molta malafede. Il buon senso, anzi, spingerebbe a pensare il contrario. Un governo ancora in carica dovrebbe avere tutto l’interesse a dimostrare che la sua azione è stata ed è necessaria. Un governo ancora in carica dovrebbe spronare lo Stato e la pubblica amministrazione ad accelerare verso la soluzione dei numerosi dossier aperti, illustrando con i fatti la bontà della propria azione. Dare cioè al Paese la concreta indicazione di quanto il senso di responsabilità imponga il fatto di non rimanere fermi.
E tutto non può risolversi in una pratica racchiusa in una parola magica: proroga. Eppure è già pronta per il 31 marzo, quando scadrà il blocco dei licenziamenti. Se ne parla anche per quella Quota 100 previdenziale, nonostante sia stata un flagello per i conti pubblici e non sia stata nemmeno tanto gradita dai lavoratori (visti i risparmi dovuti alle adesioni inferiori alle previsioni). E di deroga in deroga, ecco pronta anche la proroga per lo smart working nella pubblica amministrazione.
La realtà è che per l’Italia è un affare corrente qualsiasi atto contribuisca a farci uscire da quel torpore di Paese perennemente sospeso, dove ogni azione e scelta viene vista come una pericolosa alterazione dei precari equilibri raggiunti. Cullandoci nell’illusione che il rinvio possa essere una strategia.

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