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Gen 11

Crisi di governo, l’ultima mano della partita: cosa si giocano i leader

Fonte: Corriere della Sera

 

di Antonio Polito

Tra azzardi più o meno calcolati, arrocco e difese. Il braccio di ferro nella maggioranza tra Conte, Renzi, Zingaretti e Di Maio sta arrivando alle mosse finali: ecco come potrebbe finire

Se gli va bene, gli sarà andata comunque peggio di come gli sarebbe andata se avesse guidato lui la verifica fin dall’inizio, invece di adottare la tattica democristiana del temporeggiatore, e sperare che l’Epifania tutte le crisi si portasse via. Se gli va bene, infatti, finisce con un Conte ter (oggi ipotesi più accreditata). Dovrà cioè dimettersi, aprire una crisi di 36-48 ore, rifare il programma, cedere la delega sui Servizi, cambiare la squadra. Scendere a patti, insomma, per salvare Palazzo Chigi, condizione vitale per un leader senza partito. Ma a prezzo di un logoramento che avrebbe potuto evitarsi: per esempio non sbagliando la prima versione del Recovery e la sua governance. Senza aggiungere che non è finita. Una crisi si sa come comincia ma mai come finisce. Lo spettro del governo diverso, di scopo, di programma, di unità, comunque senza Conte, si aggira ancora a Palazzo Madama.

Renzi: la sfida da pokerista non ha giovato. Ma sui contenuti ha vinto
La puntata massima di Renzi non è riuscita: né il Pd né il M5S hanno mollato Conte. Forse non ha scelto neanche bene i tempi: l’Italia di gennaio è così piena di guai e così già in ritardo con i piani di ripresa che una crisi di governo è oggi molto meno popolare di quanto non lo sarebbe stata a settembre. Una certa aria da pokerista della politica, come al solito, non gli ha giovato. Ma sui contenuti gli hanno dato praticamente ragione. Se il Recovery è stato riscritto su sanità e infrastrutture, spostando risorse sugli investimenti, vuol dire che le sue obiezioni erano fondate. A questo punto per lui è meglio incassare la puntata minima, un Conte ter magari con la Difesa a uno dei suoi, come rampa di lancio per un incarico alla Nato (ora ha un amico alla Casa Bianca). In fin dei conti, ha più spazio di manovra con Conte al governo che in un possibile esecutivo con più ampia maggioranza.

Zingaretti: con il Conte ter farebbe bingo
Se finisce con il Conte ter, Zingaretti ha fatto bingo. Non è un mistero che la conduzione del governo non gli piaceva più da tempo: una ridimensionata al premier pur senza cambiarlo è quello che voleva. Renzi del resto ha usato tutti i suoi cavalli di battaglia, compreso il Mes. Così ha fatto come i ciclisti in fuga: si è messo in scia, lasciando all’ex premier la fatica di tirare la volata. Se poi fosse premiato con il ministero degli Interni (si parla di Guerini), allora avrebbe riportato il Pd nel cuore dello Stato. Niente male per un partito che aveva perso le elezioni politiche ed era dato per morto prima in Emilia e poi in Toscana. Di voto anticipato non parla più. Il prossimo obiettivo è scegliere l’inquilino del Quirinale, Sacro Graal della legislatura. Se invece Conte non regge, per lui sono dolori. Si entrerebbe nel solito vicolo cieco dei dem: essere obbligati a fare i portatori di acqua di un altro governo, per senso di responsabilità.

Di Maio e Franceschini: i destini incrociati dei dioscuri
All’ultima curva prima del traguardo, in testa al gruppo ci sono sicuramente Di Maio e Franceschini. È la nuova coppia forte del governo, i Dioscuri del Conte II. Pur avendo entrambi ambizioni più alte della posizione attuale (uno dei due altissime), hanno saputo muoversi tra le linee, lavorare dietro le quinte, rafforzando immagine, contatti e reti di relazione. Condividono d’altra parte la stella polare della loro navigazione: ottenere una legge elettorale che restauri il proporzionale. Consentirebbe al M5S di sopravvivere nella prossima legislatura e al Pd di essere il baricentro di qualsiasi maggioranza senza e contro Salvini. Nel frattempo, devono tenere per forza alleati i loro due partiti: ciascuno senza l’altro è destinato alla sconfitta, a partire dalle prossime elezioni nelle grandi città. Anche loro hanno la carta di riserva di luglio, per sacrificare Conte se dovesse servire.

I responsabili: la figura (mitica) che di fatto non c’è
Finora la crisi è stata un monumento al «responsabile ignoto». Nel senso che è rimasto così ignoto che praticamente non c’è. E sì che è stato cercato. Nella Suburra della politica, come ai tempi di «a’ Frà, che te serve?», si sente ancora l’eco di proposte e offerte indecenti. Però i «responsabili» che contano, cioè quelli che stanno al Senato, non sono venuti fuori. Almeno per ora. E meno male: sperare di governare l’Italia, questa Italia del 2021, con un pugno di «responsabili» sarebbe stato davvero da irresponsabili. Si dice in giro che anche il più alto Colle l’abbia fortemente sconsigliato. Ma l’attesa del «responsabile» che non c’è ha comunque allungato i tempi. Concepita in funzione anti-Renzi, la manovra avrebbe del resto rischiato di fare il suo gioco, consentendogli di andarsene sdegnato all’opposizione e aspettare luglio, quando l’inizio del semestre bianco farà «tana liberi tutti».

Il governissimo per evitare il voto: l’ipotesi Cartabia
Poi, naturalmente, c’è il governo diverso. Governissimo o governicchio, dipende da quanti accetterebbero di sostenerlo in Parlamento in nome dell’emergenza, della ricostruzione, dell’unità nazionale. Se le cose andassero male per Conte, se una volta aperta la crisi non si chiudesse in poche ore come previsto, allora i giochi si riaprono completamente. Le elezioni anticipate sarebbero certo sullo sfondo, ma forse rimarrebbero solo sullo sfondo. La loro impraticabilità (meglio le file per le vaccinazioni che per le urne) potrebbe anzi favorire il parto, smuovendo un po’ il centrodestra, dove mezza Forza Italia è pronta e perfino nella Lega si ragiona sul che fare. Il libro dei sogni del governo di unità nazionale contempla il solito nome, Mario Draghi. Ma ci vorrebbe un miracolo in Parlamento. In ipotesi più terrene, il Mister X potrebbe essere una donna, e sarebbe la prima della storia a Palazzo Chigi. Marta Cartabia über alles.

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