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Mag 18

Cresce la tensione su Trump anche tra i repubblicani

Fonte: Corriere della Sera

di Massiomo Gaggi


Ostruzione della giustizia». Per settimane quella della nuova stagione politica americana è stata la storia di un presidente «anti establishment» che ha trasformato la Casa Bianca nel palcoscenico di un «reality» sgangherato e pericoloso: un piano inclinato che logora le istituzioni americane, ma del quale non si vedeva una fine. Quasi una routine quotidiana: Donald Trump che sembra dare spazio a consiglieri più saggi e preparati, ma poi ricade nei vecchi vizi. Invettive, minacce, affermazioni avventate o platealmente false, violazioni di ogni protocollo di correttezza istituzionale. Senza però che sia mai possibile ipotizzare un punto di rottura, vista l’indisponibilità dei repubblicani a togliergli l’appoggio, nonostante anche loro siano disorientati e infuriati. Tutto è cambiato negli ultimi giorni col licenziamento del capo dell’Fbi e le rivelazioni sul tentativo di Donald Trump di convincerlo a chiudere l’indagine sull’ex capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, Michael Flynn, per il «Russiagate». Parlare di «impeachment» è ancora azzardato, ma per la prima volta si comincia a discutere di un reato che potrebbe essere stato commesso da Trump: ostruzione della giustizia, appunto. E i repubblicani, che per ora non condannano il loro presidente, per la prima volta chiedono di vederci chiaro, di andare a fondo sulle pressioni esercitate da «The Donald» sugli investigatori federali che stanno indagando sull’ipotesi di interferenze russe a suo favore nelle elezioni presidenziali. L’espressione «cross the line», il superamento del limite, comincia a essere usata anche dai leader della destra che non escludono la possibilità di un’inchiesta speciale affidata a un procuratore indipendente.
Siamo a un vero salto di qualità, come registra con prontezza il sismografo dell’America degli affari. La Borsa che, nonostante tutto, fin qui si era mostrata ottimista, quasi euforica, sulla presidenza Trump (grazie alla promessa di meno tasse e meno vincoli per le imprese), ieri ha invertito la rotta in modo brusco segnando il calo più rilevante dall’elezione del presidente-miliardario. Ma ci sono altri segnali importanti dei quali bisogna tener conto: il capo della maggioranza repubblicana al Congresso, Paul Ryan, invita alla calma, vuole aspettare i fatti, ma intanto chiede accertamenti e appoggia l’iniziativa di Jason Chaffetz, il presidente dell’«Oversight Committee», la commissione parlamentare di controllo dell’attività del governo, che ha chiesto all’Fbi tutti i documenti, gli appunti e le registrazioni sui rapporti intercorsi tra gli investigatori federali e il presidente Donald Trump. Usando a questo fine anche l’arma estrema del «subpoena», una sorta di mandato di comparizione penalmente vincolante. E ha anche convocato Comey a testimoniare mercoledì prossimo davanti al Congresso. Chaffetz, un repubblicano che era schierato con Trump, sembra avere avuto una crisi di coscienza dopo gli attacchi subiti nel suo collegio dai suoi stessi elettori, tanto che ha già deciso di non ricandidarsi: potrebbe essere un personaggio chiave di questa drammatica fase della politica americana.
Drammatica non è un termine eccessivo: l’esasperazione del partito repubblicano sballottato da un presidente umorale e privo di strategia che rischia di trasformare le elezioni di «mid-term» del 2018 in una «debacle» per i conservatori si fonde con quella del personale di governo e degli stessi collaboratori di un presidente che prima li spinge a sostenere tesi indifendibili, poi li smentisce in pubblico. Fin qui era successo a Sean Spicer ed eravamo ancora sul piano della commedia, col portavoce della Casa Bianca bersaglio di tutte le trasmissioni satiriche d’America. Ora è capitato anche al generale McMaster, il responsabile della politica estera della presidenza, e qui la farsa rischia di diventare dramma: il ponte di comando della superpotenza è a soqquadro proprio quando Trump aveva l’occasione di recuperare terreno e immagine davanti al mondo, alla vigilia della sua prima missione internazionale concepita per fargli avviare un dialogo con le tre grandi religioni (l’Arabia Saudita cuore dell’Islam, Israele, il Papa), rassicurare la Nato, la Ue e l’intero sistema di alleanze occidentali al G7. Niente di tutto ciò: quello che si imbarcherà sull’Air Force One è un leader che promette sfracelli e instabilità («nessun presidente nella storia è mai stato trattato peggio di me», «combatterò una lunga battaglia»), la cui irreversibile perdita di credibilità viene certificata anche dal Wall Street Journal, bibbia dei conservatori.

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