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Giu 28

Costruire argini politici al dilagare del populismo

Fonte: Corriere della Sera

trump

di Maurizio Caprera

La funzione dei partiti deve essere quella di assorbire la protesta prima che degeneri

Boris Johnson, battutista antieuropeista, nella carica di primo ministro che fu di un conservatore di stampo diverso, lo statista Winston Churchill. Donald Trump, miliardario insofferente, presidente negli Stati Uniti che vennero guidati da John Kennedy. Marine Le Pen, estremista di destra, alla testa della Repubblica francese rimodellata da Charles de Gaulle, generale della destra antifascista. In Italia, Repubblica governata decenni da un partito con una croce nel simbolo, nella prossima legislatura un presidente del Consiglio di «5 Stelle», formazione vittoriosa nelle elezioni locali il nome della quale coincide con la categoria di lusso degli alberghi.
Non è detto che questi pronostici su Downing street, Casa Bianca, Eliseo e Palazzo Chigi si avverino. Di certo il novero delle ipotesi realizzabili si è allargato a quanto poco tempo fa sembrava inimmaginabile. La vittoria del distacco dall’Unione Europea nel referendum britannico potrebbe essere l’inizio di una serie di scosse ad assetti che davamo per scontati.
Quelle elencate sono soltanto quattro delle possibilità di nuovi ingressi in centri di potere statale nei prossimi anni. Che nella brevità di un tweet anche il capo di gabinetto del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker abbia tratteggiato un panorama del genere, prendendo di mira il populismo, non deve indurci a personalizzare il problema impedendoci di valutare un fenomeno più vasto. Si aprono scenari inesplorati mentre il ricambio generazionale negli elettorati e ramificate vie istantanee di comunicazione collettiva a distanza si combinano a un aumento del divario tra i ricchi e i poveri, accentuato dalla crisi economica cominciata nel 2008 e alto anche dove questa è stata superata.
In un articolo intitolato «Come Internet sta distruggendo la politica», il sito statunitense Vox Technology ha osservato: vendendo libri sul webAmazon ha demolito librerie; per la musica i servizi online di iTunes e Pandora hanno sradicato la potenza di case discografiche; nel trasporto Uber ha colpito gli oligopoli di società di tassisti. «Adesso tocca al sistema politico», è la tesi dell’articolo. Nuove fonti di informazione in Rete erodono il potere delle «media élite» determinando una competizione elettorale «più aperta, e più caotica, che mai». Non è che le catene tradizionali per distribuire informazioni e raccogliere fondi non contino più. Entrano però in gioco, da posizioni meno subordinate, estranei ai circoli consolidati. Non soltanto Trump, negli Stati Uniti. Vox ha constatato che Paul Krugman e progressisti prestigiosi hanno definito irrealistica la politica del socialista Bernie Sanders e ciò non ha impedito al concorrente di Hillary Clinton per la candidatura presidenziale dei democratici di accrescere i consensi. Perché?
«Una delle principali ragioni del fallimento di questi attacchi> è che tanti sostenitori di Sanders non li hanno neppure visti». E come mai? Perché su Internet volevano leggere articoli pro Sanders, non su Sanders. Nell’analizzare comportamenti su Reddit, Facebook e Twitter, Vox ha dato una spiegazione a proposito dei siti basati su condivisioni con amici: «Dato che la gente tende ad avere politiche simili ai propri amici, significa che i social media tendono a rinforzare quanto la gente crede già».
Globalizzazione e risurrezione di spiriti tribali appaiono antitetici, eppure coabitano in questa epoca. Lo si vede in Africa e Medio Oriente. Non è escluso che la seconda sia reazione alla prima. Non si abbia fretta di catalogare grossolanamente in un’unica categoria tutti i cambiamenti in corso senza avere l’umiltà di studiarli. In settori delle attuali classi dirigenti si spera in una soluzione austriaca: la probabilità di una presidenza dello xenofobo Norbert Hofer si è affacciata, poi in extremis è evaporata. In Austria però l’ecologista Alexander Van der Bellen, che ha vinto di misura, era un altro fuori dai giochi. E nulla garantisce automaticamente che il dilatarsi di pulsioni antisistema, all’estero anche antidemocratiche, resti sempre sotto le soglie necessarie per conquistare presidenze di Stati e governi.
A mancare è una sufficiente capacità delle forze più collaudate di convogliare in circuiti democratici energie esterne, prive di innata familiarità con la democrazia occidentale. L’elezione di un musulmano a sindaco di Londra, Sadiq Kahn, nato a Tooting da famiglia pachistana, indica che nella capitale britannica il Partito laburista è riuscito a recepire esigenze di rappresentanza inimmaginabili prima, benché non tali da impedire poi su scala nazionale la sconfitta nel referendum.
Occorrono strategie, lungimiranza.Va evitato che i partiti siano comitati elettorali di singoli rinunciando a essere reti utili per crescite collettive. L’intraprendenza dei giovani e la saggezza degli anziani si scambino reciproci stimoli. Perché se la velocità della circolazione di informazioni sembra proiettare in avanti, l’insicurezza incentiva ritorni all’indietro, a integralismi, velleità restauratrici.
È nella confusione immemore, condizione di mercato ideale per incantatori e procacciatori di illusioni, che servono rotte e affidabili capacità di guida. Alle energie della protesta i sistemi politici offrano canali costruttivi, recependo in tempo istanze provenienti da fuori senza lasciarle degenerare. E chi ha responsabilità resista alle tentazioni della sondaggite, della politica usa e getta che, pur di piacere, non indirizza più l’evolversi dello stato delle cose.

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