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Gen 19

Conti pubblici, il rigore non frena lo sviluppo

Fonte: Corriere della Sera

di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Il Fiscal compact sembra essere il nemico principale di quasi tutte le forze politiche. Ma è un errore. Le regole europee presentate come una rigida camicia imposta ai nostri conti pubblici oggi possono permetterci di guardare al futuro con sufficiente tranquillità


Il Fiscal compact sembra essere diventato il nemico principale di quasi tutte le forze politiche. Ma è un errore. Quelle regole europee che vengono presentate come una rigida camicia imposta ai nostri conti pubblici, regole che sembrano esigere solo sacrifici, sono invece quelle che oggi possono permetterci di guardare al futuro con sufficiente tranquillità. Troppo spesso si confonde il rigore sui conti pubblici come un freno allo sviluppo. Non è vero. È grazie alla prudenza fiscale seguita quando l’economia va bene che, nel momento in cui arriva una recessione, si possono usare tasse e spesa per attenuarne gli effetti sulle famiglie. Tanto più che l’Italia già oggi rispetta le regole del Fiscal compact. Contrariamente al marzo 2012, quando lo approvammo solennemente nel mezzo di una grave recessione, oggi applicarne le regole è nel nostro interesse. Ma che cos’è il Fiscal compact? È un trattato europeo negoziato inizialmente dal governo Berlusconi e poi firmato dal governo Monti nel 2012, che è fatto di tre regole: 1) il deficit pubblico deve non essere superiore a mezzo punto di Prodotto interno lordo (con una clausola che consente deficit più alti durante una recessione); 2) l’impegno per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del Pil, di ridurne ogni anno l’eccedenza di un ventesimo, che per l’Italia significa ridurre il debito ogni anno di tre punti e mezzo del Pil. E infine il punto 3): l’impegno a mantenere il deficit al di sotto del 3 per cento del Pil sempre, cioè senza tener conto di un eventuale ciclo economico negativo.
La legge di Stabilità appena approvata dal Parlamento prevede un deficit corretto per il ciclo economico pari all’1 per cento del Pil quest’anno (superiore quindi di mezzo punto rispetto alla prima regola) e 0,2 nel 2020, quindi al disotto della soglia del Fiscal compact. La stessa legge prevede anche un deficit (non corretto per il ciclo economico) che scende dall’1,6 per cento di quest’anno allo 0,2 nel 2020, entrambi ben al di sotto della soglia del 3 per cento. Infine un rapporto debito-Pil che scende poco meno del 2 per cento quest’anno e poco più del 3 per cento nel 2020. Questi conti sono basati su una stima realistica della crescita, intorno all’1,5 per cento l’anno, e sull’ipotesi che i tassi di interesse riprendano a crescere (e lo faranno). Ma la vita media dei nostri titoli pubblici è stata allungata a circa 7 anni e questo attenuerà l’effetto di un aumento dei tassi sul costo del debito. Insomma, i criteri indicati dal Fiscal compact sostanzialmente già li rispettiamo.
Nel 2012, quando il trattato fu approvato dal Parlamento (con soli 24 voti contrari al Senato su 216, e solo 65 contrari alla Camera, su 368) rispettarlo era impossibile: il Pil cadeva di oltre il 2 per cento l’anno e il costo del debito assorbiva oltre 5 punti di Pil, contro i 3,5 di oggi. Per poter rispettare le regole del Fiscal compact era necessario che l’economia ripartisse ed ora è ripartita. Alcune riforme hanno funzionato (come quella del mercato del lavoro). Anche i tagli alle tasse sul reddito dei lavoratori dipendenti, come gli «80 euro» del 2014, hanno aiutato. I ricercatori della Banca d’Italia (Neri, Rondinelli e Scoccianti, «The marginal propensity to consume out of a tax rebate: the case of Italy», 2015) hanno stimato che circa metà del bonus erogato nel 2014 è stata spesa nel corso dello stesso anno producendo un incremento nei consumi di circa 3,5 miliardi di euro, pari a circa il 40 per cento dell’aumento della spesa complessiva delle famiglie nel 2014.
Rispettare il Fiscal compact significa però non cancellare alcune riforme fatte anche sull’onda dell’emergenza. Ad esempio l’abolizione della legge Fornero comporterebbe da sola uno sforamento del deficit di un punto e mezzo di Pil l’anno. Rimanere all’interno del Fiscal compact ci consente di accumulare «munizioni» fiscali da spendere se e quando ci sarà un’altra recessione. Nel 2008 l’Italia entrò in una profonda crisi con un debito talmente alto che non fu possibile reagire con interventi fiscali espansivi come invece fecero altri Paesi in cui il debito non preoccupava i mercati. Gli investitori si chiesero se saremmo stati in grado di sostenere il debito, e i tassi di interessi schizzarono in alto imponendo misure restrittive immediate, prima ancora di uscire dalla recessione. E questo spiega perché, nel mezzo di una crisi, il governo di emergenza di Monti varò soprattutto aumenti di imposte. Se avessimo avuto un debito del 60 per cento del Pil come prescrive il Fiscal compact avremmo avuto molto più spazio e tempo per una politica di bilancio che avrebbe permesso di non infierire su cittadini e imprese con tasse o mancate agevolazioni.
La grande recessione dalla quale siamo appena usciti non sarà purtroppo l’ultima. Pensare oggi di abbandonare una politica fiscale prudente, soprattutto dal lato delle spese, che oggi ci permette di guardare al futuro con meno preoccupazioni, sarebbe miope e vorrebbe dire buttare al vento gli sforzi fatti da famiglie e imprese per uscire dalla crisi. Insomma danneggerebbe i cittadini ai quali si chiede il voto.

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