Conte va alla guerra. Dopo la giustizia, il fisco

Fonte: Huffington Post

di Pietro Salvatori

Punta sui cavalli di battaglia per compattare M5s. Difende il Reddito di cittadinanza da Lega-Iv

La giustizia e il fisco, il fisco e la giustizia. Quando ancora tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte erano tutti buffetti e moine e dello Statuto allora come ora non v’era alcuna traccia, l’ex premier già affilava le armi per due battaglie che avrebbero caratterizzato il nuovo corso del suo Movimento 5 stelle. A distanza di qualche settimana non è cambiato un esito già scritto – l’avvocato alla guida dei pentastellati, il garante a fare il garante – ma tutto il resto sì. Conte mette piede sul suo predellino già logoro, il suo entourage già guarda lontano: “Dobbiamo evitare che su qualunque cosa che fa parta il tormentone: Grillo che dice? Grillo è d’accordo?”.
Nel mondo imploso che è il partito di questi giorni non sarà facile rimettere insieme tutti i cocci servono punti fermi, cavalli di battaglia sui quali ricompattare il mondo 5 stelle, convincerlo che è la persona giusta, al momento giusto. E Conte vuole ripartire a maggior ragione lì, dalla giustizia e dal fisco. Della prima si è molto detto in questi giorni, e per l’ex premier potrebbe essere una fiche da incassare a costo quasi zero. Perché i tempi tecnici per la sua incoronazione formale portano a una data molto vicina alla fine del mese, quando la discussione in Commissione sarà già avviata e gli emendamenti, con tutta probabilità, già votati. L’ex premier ha messo a referto la propria contrarietà di principio, la realpolitik lo ha portato però a non sconfessare direttamente i ministri che hanno dato il via libera al compromesso, avendo coscienza che lo hanno fatto non solo ma anche per tutelare la mediazione interna che era a un passo dall’essere raggiunta e che poteva essere messa in pericolo dall’ennesimo scossone. Un ok che è stato preceduto e seguito da una girandola di telefonate prima e dopo, e che ha portato a un doloroso sì. Certo, c’è da placare le ire di voci influenti nel Movimento, come quelle di Alfonso Bonafede, Vittorio Ferraresi e Giulia Sarti, che hanno picconato ieri in assemblea i testi di Marta Cartabia, ma che, a detta di molti dei presenti, sono rimaste voci tutto sommato minoritarie. C’è lo spazio per marcare differenze, soprattutto con il Pd, del quale Conte vuole evitare assolutamente di diventare un clone, ma senza strappi che possano pregiudicare la tenuta del blocco giallorosso, messo già duramente alla prova dalle note vicende pentastellate.
Il prossimo obiettivo la riforma del fisco, sul quale il ministero dell’Economia sta lavorando in asse con Palazzo Chigi, che i partiti rischiano di scoprire all’ultimo minuto e che è uno dei cardini del Recovery plan messo a punto dal secondo governo Conte. “Ma era anche nel nostro Pnrr – dicono i fedelissimi del futuro Presidente pentastellato – e anche per questo su quel fronte non bisogna cedere”. Cedere alla Lega e al centrodestra tutto, che soffiano e spingono su idee come la flat tax, mentre per Conte l’idea della progressività va mantenuta a tutti i costi, e le tasse se da un lato devono essere abbassate alle fasce a più basso reddito dall’altro non deve essere un tabù quello di ragionare su ricchi e super ricchi. Un terreno di scontro pratico ma anche ideologico con il blocco di centrodestra per scavare un solco in vista del futuro.
Ovvia la difesa che filtra in queste ore del Reddito di cittadinanza dal referendum per abolirlo proposto da Matteo Renzi e sul quale proprio la Lega si è detta d’accordo, altro argomento facile per marcare il terreno. Ma è sulla fine del blocco dei licenziamenti che potrebbe aprirsi un terreno di contrasto con Palazzo Chigi. Conte sarebbe perplesso dello stop alla misura escogitata dal suo governo e cassata da Mario Draghi anche sulla scorta della raffica di licenziamenti che hanno fatto storcere il naso anche a Enrico Letta. “Con un’azione lungimirante ne abbiamo evitati oltre 330mila”, dice l’ex ministra Nunzia Catalfo, e d’altronde i parlamentari M5s ne avevano già chiesto la proroga fino a fine anno, e a settembre, con una latente crisi sociale che potrebbe esplodere, sono pronti a tornare alla carica.
Il tutto non può non fare i conti con il dibattito interno e la struttura del partito che verrà. Dopo lo scontro con Grillo, Conte ha visto erodere intorno a sé lo zoccolo duro dei fedelissimi, e oggi il numero di chi è disposto a concedergli cambiali in bianco è sensibilmente inferiore. “Ma l’unica possibilità che ha per spostare gli equilibri è quella di passare per il voto e cambiare la geografia interna”. Non è più praticabile l’idea di prendere la distanza sul tema giustizia, che pure era stata accarezzata ed era entrata nei conciliabili pentastellati, complice l’imminenza del semestre bianco, ora si specula sul dopo Quirinale. Perché dall’elezione del successore di Sergio Mattarella in poi ogni momento sarà buono per staccare la spina. “Vediamo come va, anche quali saranno le valutazioni di Draghi” dice un esponente di governo pentastellato, “ma se sul Colle verremo tagliati fuori dall’asse centrodestra – Italia viva, proprio quello potrebbe essere il pretesto per staccare la spina”. E ricostruire attraverso le liste elettorali un M5s più fedele o per lo meno più malleabile, perché oltre all’ombra di Grillo il timore è solo uno e sempre uno: come si può arrivare al 2023 senza logorarsi oltre il limite consentito?

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