Conte: «Senza la fiducia di un partito io andrò in Parlamento»

Fonte: Corriere della Sera

di Marco Galluzzo

Il premier apre al rimpasto ma avverte: niente ultimatum. No al vaccino obbligatorio. E sul Mes: «Decide il Parlamento»


«Non va tutto bene, ma ce la faremo, dobbiamo correre sul Recovery, ma saremo in grado di fare una sintesi politica con le altre forze di maggioranza». In quasi tre ore di conferenza stampa di fine anno, a Villa Madama, a spiegare e schivare questioni poste a volte con garbo, a volte meno, Giuseppe Conte si comporta da par suo, con una retorica morbida e rassicurante offre risposte tranquillizzanti su tutto, dal Covid alla crisi di governo latente. Le staffe le perde appena in una circostanza, verso la fine, quando gli viene letto
un editoriale di Sabino Cassese che giudica senza alcuna visione la legge di Bilancio.

Fine della legislatura
Difficile giudicare se alla fine il capo del governo sia uscito rafforzato o meno dalle sue risposte, la fragilità del governo resta un’evidenza, ma puntellata dalla fretta di fare le cose, chiudere la verifica, arrivare a definire il Recovery plan e la sua governance nelle prossime settimane. Sulla crisi strisciante, i problemi con Renzi e il Pd, risponde con una calma olimpica, negando quasi che esistano difficoltà, ripetendo come un mantra «che tutto si può risolvere con il confronto che abbiamo avviato e con una sintesi delle diverse esigenze».
Insomma la caratura politica della narrazione del premier è come sempre all’insegna dell’ottimismo, nonostante la verifica politica in corso e le critiche aspre che pure gli sono piovute addosso dagli alleati di governo. «Dobbiamo avere una prospettiva di legislatura nel quadro dell’occasione storica dei 209 miliardi del Recovery plan. Ma non possiamo permetterci di galleggiare. Il governo non deve disperdere il suo patrimonio di credibilità».
Conte sembra credere che tutto si risolverà, afferma che la sua posizione continua incessantemente a perseguire «gli interessi generali del Paese», in caso di crisi, alla quale non crede, punta comunque, come sul Mes, sulla centralità del Parlamento, rassicurando in questo modo: «Il premier non sfida nessuno, ha la responsabilità di una sintesi politica e di un programma di governo. Per rafforzare la fiducia e la credibilità del governo e della classe politica bisogna agire con trasparenza e confrontarsi in modo franco. Il passaggio parlamentare è fondamentale».

«No a un mio partito»
Poi nega di voler fare un suo partito: «Sono qui per programmare il futuro. Non potrei distogliermi da questi impegni per impegnarmi in una campagna elettorale». Dice di non capire le richieste di cedere la delega sui servizi segreti, «è la legge che mi attribuisce questi poteri, forse non si fidano di me?». E se non vuole nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi di due vicepremier che lo affianchino, «non mi sembra che abbiano funzionato in passato», in conclusione c’è solo l’apparente fiducia nella sua stabilità: «Il sottoscritto non va alla ricerca di altre maggioranze in Parlamento, lavora con la maggioranza che ha. A maggior ragione per quanto riguarda una prospettiva elettorale: non riesco assolutamente a considerarla. Lavoro con disciplina e onore, non certo per fare una mia lista».

Gli ultimatum
E se da Italia viva arrivano dei diktat, la risposta è la seguente: «Lo diceva anche Aldo Moro, gli ultimatum non servono, sono al di fuori dalla logica degli ultimatum per attitudine, sono per il dialogo e per il confronto per trovare una sintesi superiore nell’interesse del paese».

Il vaccino
Dal tema politico a quelli dell’emergenza sanitaria. Il premier parla anche di vaccino contro il Covid: «Io stesso per dare il buon esempio lo farei subito ma è giusto rispettare le priorità approvate dalle Camere. Quando inizieremo ad avere un impatto significativo potremo dire di aver concluso la fase uno (del piano vaccinale, ndr), quando saranno vaccinate 10-15 milioni di persone, non credo prima di aprile».

No all’obbligo
Ad ogni modo, però, l’Italia esclude la vaccinazione obbligatoria. «Lasciamo che parta la campagna vaccinale. Vediamo il riscontro che ci sarà. Confidiamo di poter raggiungere una buona percentuale di popolazione anche su base facoltativa». Poi la domanda sul perché l’Italia non si è assicurata dosi di vaccini come la Germania. «Italia, Francia, Germania e Olanda sono stati i primi Paesi che in modo sintonico si sono mossi per l’alleanza per i vaccini, dopo aver già preso contatti con le ditte. Abbiamo consegnato la palla alla commissione Ue. È stata una scelta politica. L’Italia non ha tentato di assicurarsi altre commesse perché le dosi contrattualmente negoziate sono centinaia di milioni. E poi l’Italia non l’ha fatto perché all’articolo 7 del contratto della Ue c’è il divieto di approvvigionarsi a livello bilaterale», sostiene Conte che poi tocca il capitolo della scuola.

Riapertura delle scuole
«Auspico che il 7 gennaio le scuole secondarie di secondo grado possano ripartire con una didattica integrata mista almeno al 50% in presenza, nel segno della responsabilità, senza mettere a rischio le comunità scolastiche. Se, come mi dicono, i tavoli delle prefetture, hanno lavorato in modo efficace, potremo ripartire quantomeno col 50%». «Le prefetture hanno avuto il compito di coordinare soluzioni flessibili, da valutare paese per paese, scuola per scuola. C’è disponibilità a differenziare gli orari di ingresso».

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