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Dic 03

Ci occupiamo di chi arriva, non dei migranti già in Italia

Fonte: Corriere della Sera

di Goffredo Buccini

I due opposti schieramenti mostrano solo uno spicchio della nostra realtà, il dato di flusso. Ma ci sono almeno 650 mila irregolari che sopravvivono senza diritti né certezze


I l tanto dileggiato accordo maltese sui migranti, siglato a settembre con Germania e Francia, sta producendo qualche risultato nel ricollocamento degli ultimi arrivati: un esito positivo anche dovuto, si suppone, al sollievo, per talune cancellerie, di non trovarsi alle prese con Matteo Salvini; e tuttavia ancora assai scarso rispetto alle dimensioni reali del problema per noi italiani. Dimensioni che l’Europa continua a ignorare. L’illusione ottica sui migranti, creata per opposti interessi dalla destra e dalla sinistra negli ultimi anni, ha infatti prodotto danni gravi all’immagine internazionale dell’Italia e all’efficacia delle sue posizioni. In un recente convegno sull’ascesa dei populismi europei, una intellettuale liberal autorevole come Anne Applebaum, americana naturalizzata polacca e dunque molto addentro alle vicende dell’Europa, ha avuto parole dure, su questo punto, persino verso il sistema italiano dell’informazione. Spiegando di averci posto «sotto osservazione» nel 2018, ha comparato la copertura mediatica del tema, in crescita, con il crollo degli sbarchi (nel 2018, 23 mila contro i 119 mila del 2017: un calo poi rafforzatosi nel 2019). Da ciò ha dedotto che siano i media ad avere contributo col loro atteggiamento emergenzialista al successo del sovranismo nostrano: «In Italia l’immigrazione non è centrale, è qualcosa che i partiti sovranisti e populisti usano per guadagnare voti: la stampa la sovrastima».
Di certo in perfetta buonafede, la saggista premio Pulitzer ha quindi mostrato a giornalisti e professori del think tank Faith Angle Europe(riuniti a dibattere di Salvini e Le Pen, Brexit e Orbán, oltre che di tolleranza religiosa e Islam) solo uno spicchio della nostra realtà, esattamente quello che viene esibito ormai da tempo dai due opposti schieramenti politici: il dato parziale, di flusso. Manca nell’analisi, a spiegare l’attenzione dei media italiani sul fenomeno, il dato di stock: ovvero i 600 mila migranti irregolari fuorusciti nel corso degli anni dal nostro pessimo sistema di accoglienza e rimasti incastrati da noi. Il numero (da rivedere al rialzo, per effetto perverso del problematico primo decreto Sicurezza voluto da Salvini quand’era al Viminale, e oggi arrivato ad almeno 650 mila irregolari secondo il ricercatore Matteo Villa dell’Ispi) racconta di una umanità dolente e clandestina che, rannicchiata in una sorta di limbo nelle pieghe delle nostre periferie, sopravvive senza diritti né certezze accanto ad autoctoni già ampiamente provati dalla crisi economica, generando tensioni, disagi, talvolta scontri tra ultimi e penultimi non certo inventati dai media. E descrive con efficacia anche la solitudine dell’Italia negli anni della grande crisi migratoria, quando le frontiere europee si chiusero attorno a noi per effetto del panico da jihadismo, lasciandoci a fronteggiare sbarchi e accoglienza come se non fossimo la vera frontiera Sud dell’Unione.
L’elemento singolare è che a questa illusione ottica hanno contribuito i principali attori della nostra scena politica per motivi contrari e simmetrici. Salvini, una volta arrivato al governo nel 2018, ha rimosso il dato di stock che aveva promesso di affrontare con decisione in campagna elettorale. La ragione è assai semplice: per diminuire quel numero così elevato bisogna fare molti rimpatri, che sono assai costosi e richiedono molti accordi bilaterali neppure abbozzati. In generale, occorrerebbe una strategia di piccoli passi concreti, poco remunerativa in termini di consenso. L’allora titolare del Viminale ha preferito a suo tempo convogliare l’attenzione su poche decine di profughi di volta in volta bloccati per settimane sulle navi Ong al largo delle nostre coste, enfatizzando su quei numeri minuscoli il tema della «difesa dei confini». Ora, di nuovo in campagna elettorale, il leader della Lega continua a concentrarsi sui piccoli numeri (accusando il nuovo esecutivo di avere «riaperto» porti che non sono mai stati realmente chiusi) e si tiene ben distante dai 650 mila irregolari. Per paradosso, pure la sinistra adesso al governo preferisce glissare, ben contenta che quei 650 mila restino invisibili (anche perché buona parte di essi è tracimata nel caos da un sistema retto da governi trainati dal Pd tra il 2013 e il 2017).< Evocare il problema in tutta la sua dimensione implicherebbe scelte dolorose e, ancora, foriere di scarso consenso nella base cui sembra rivolgersi il nuovo corso del partito di Nicola Zingaretti. E metterebbe i vertici del Nazareno di fronte alla necessità di coniugare la solidarietà con la sicurezza. Magari aprendo nuovi Cie come proponeva Marco Minniti prima di essere ostracizzato dai suoi stessi compagni di partito. Di sicuro rendendo assai difficile innalzare di nuovo la bandiera dello ius soli. È verissimo, come sostiene Applebaum, che l’immigrazione in Italia (e non solo) è un contenitore in cui si convogliano svariate ragioni di ansia: la paura della miseria, il timore che venga rovesciato il nostro stile di vita, persino l’assenza di certezze in campo religioso. Ed è vero che, se gestita, può invece divenire la linfa necessaria a rivitalizzare la nostra esangue società. Ma occorrerà fare patti chiari con i cittadini. Spiegare loro opportunità e rischi con franchezza. Qualcosa di diverso dalla cabala dentro cui abbiamo nascosto i veri termini del problema: sino a renderlo incomprensibile anche a chi in Europa, per buona volontà o calcolo, volesse perfino darci una mano.

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