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Dic 18

Cerchiamo di fermare la patologia del rispetto

Fonte: Corriere sella Sera

di Beppe Severginini

Iniziano a comparire, in fondo alle mail dagli Stati Uniti, frasi di auguri. Pochi «Merry Christmas», molti «Happy Holiday Season». Il motivo? Il Natale è una festa religiosa, e spesso il mittente non conosce la mia religione. La «stagione delle vacanze» riguarda tutti: meglio non correre rischi.

Una prova di delicatezza? No: un esempio di ignavia. Perché dovrei offendermi, se mi augurano «Buon Natale!» e non sono cristiano? Natale non è solo una festa religiosa, ma un’occasione di pausa, di riflessione, di ritrovo. Non lo dico io: lo dicono duemila anni di storia occidentale. Chi rifiuta, schifiltoso, il «Buon Natale» dovrebbe rinunciare anche alle relative giornate di vacanza. Chissà perché, non lo fa nessuno.

L’idea che una religione possa essere offensiva non è solo sbagliata: è pericolosa. Come tanti, sono entrato in moschee e sinagoghe, con rispetto. Ho partecipato alle feste di amici di altre religioni, grato d’essere stato coinvolto. Alla fine di una lettera a «Italians», Marco Chaim Pace saluta in questo modo: «Buon Natale a voi cristiani che lo festeggiate e un caro saluto». Così si fa.

Allo stesso modo, possiamo augurare «Felice Hannukah» a un conoscente ebreo e «Buon Eid Al-fitr» (la festa di fine Ramadan) a una collega islamica. Dove sta il problema? Il problema sta qui. Il rispetto sta degenerando in qualcos’altro: un ansioso (e noioso) comune denominatore.

In America già accade; sta arrivando da noi. Non c’è solo la religione. Nelle università americane molti studenti non vogliono essere turbati. A Yale, inveiscono contro le autorità accademiche che rifiutano di vietare i costumi di Halloween. Altrove hanno ottenuto che i testi letterari portino un avvertimento (trigger warning ). «Il Grande Gatsby» di Francis Scott Fitzgerald? «Attenzione: abusi domestici, violenza esplicita». «Mrs Dalloway» di Virginia Woolf? «Cautela: tendenze suicide». Jeannie Suk, docente della Harvard Law School, racconta che una studentessa/uno studente ha chiesto di «non usare il verbo “violare” in espressioni come “violare la legge” perché potrebbe traumatizzare chi fosse stato oggetto di una violenza sessuale». Qui conduce la patologia del rispetto. Fermiamoci, siamo in tempo.

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