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Ott 08

Camere «ristrette», che cosa cambierà dopo il via libera al taglio dei parlamentari

Fonte: Corriere della Sera

di Dino Martirano

L’incognita del referendum. Ma questa svolta peserà sulla tenuta della coalizione (e sulle prossime elezioni). I punti su cui è iniziata la trattativa

Punto di partenza
Oggi la Camera procede al voto finale del disegno di legge costituzionale che riduce il numero dei deputati (da 630 a 400) e dei senatori (da 315 a 200) e taglia i seggi dei deputati (da 12 a 8) e dei senatori (da 6 a 4) eletti all’estero. Con la riforma che prende il nome dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro (M5S), muta il rapporto numerico di rappresentanza: alla Camera 1 deputato per 151.210 abitanti (oggi 96.006 ), a Palazzo Madama 1 senatore per 302.420 abitanti (ora 188.424). Per passare, pena l’azzeramento, la riforma deve ottenere 316 voti. Nei successivi tre mesi, se approvato, il testo può essere sottoposto a referendum confermativo.

La legislatura, spinta fino al 2023
Il taglio dei parlamentari (servono 316 voti, altrimenti la riforma si arena) congela la XVIII legislatura sulla quale verrebbe stipulata una «assicurazione sulla vita» soprattutto a beneficio di quei deputati e di quei senatori che nelle future «Camere ristrette» difficilmente verrebbero rieletti. Dunque, è il sentimento comune e trasversale non solo nella maggioranza, tanto vale tirare a campare, magari con qualche cambio di governo, fino a marzo del 2023 (la scadenza naturale della legislatura). Se oggi, come è probabile, sarà superata la soglia dei 316 voti, il calendario prevede le seguenti tappe: entro il 7 gennaio si saprà se uno dei soggetti indicati dalla Costituzione (un quinto dei membri di una Camera, 500 mila elettori, cinque consigli regionali) chiederà il referendum confermativo. Se questo dovesse succedere, si voterebbe a maggio-giugno 2020: poi, in caso di conferma del testo, scatterebbero i 60 giorni concessi al governo per ridisegnare i collegi (la legge delega 51/2019 è già vigente). Si arriverebbe a settembre ma a quel punto molti parlamentari al primo mandato dovrebbero decidere di «suicidarsi» ben prima che scatti il diritto al vitalizio. Ai 4 anni, 6 mesi e un giorno di legislatura.

Legge elettorale, proporzionale per bilanciare
La maggioranza si è «impegnata» a bilanciare il taglio dei parlamentari che «incide sul funzionamento delle leggi elettorali di Camera e Senato aggravandone gli aspetti problematici». Dunque, quasi sul filo di lana, M5S, Pd, Italia viva e Leu hanno sottoscritto un accordo in cui si prevede di «presentare entro il mese di dicembre un progetto di nuova legge elettorale per Camera e Senato al fine di garantire più efficacemente il pluralismo politico e territoriale, la parità di genere e il rispetto della giurisprudenza della Corte». Tradotto: si va verso un sistema elettorale proporzionale corretto, anche se ancora non è dato sapere quale sarà la soglia di sbarramento (l’asticella interessa molto Leu e, in parte, Italia viva) e se ci sarà un premio di maggioranza per garantire la governabilità. «Con questo maggioritario (l’attuale Rosatellum, ndr) — ha detto il segretario del Pd, Zingaretti — la stabilità non è garantita». In realtà, il timore è di consegnare alla Lega molti dei 232 seggi uninominali della Camera (e dei 116 del Senato): tant’è che Roberto Calderoli (Lega) ha già depositato un quesito referendario che, qualora fosse ammesso dalla Corte, potrebbe tramutare il «Rosatellum» in un maggioritario all’inglese.

Voto a 18 anni per Palazzo Madama
Entro ottobre riparte il ddl costituzionale voluto dal M5S e già approvato dall’assemblea di Montecitorio che abbassa l’elettorato attivo (a 18 anni) e quello passivo (a 25 anni) per il Senato, di fatto equiparandolo alla Camera. Seguirà, «entro il corrente mese», un altro ddl costituzionale che modifichi la base regionale dell’elezione del Senato (in assenza, Molise e Basilicata potrebbero non eleggere senatori con il taglio dei parlamentari) e per modificare (a ribasso) il peso dei delegati regionali che integrano il Parlamento in seduta comune quando si elegge il capo dello Stato (in ogni caso non nel 2022 se le Camere non verranno sciolte prima). Gli interventi sul rapporto governo-Parlamento (fiducia costruttiva, etc.), infine, diventano ora solo «possibili».

Regolamenti su fiducie e decreti
Cambiano anche i regolamenti di Camera e Senato che dovranno adeguare molti parametri — quorum delle votazioni, numero minimo di parlamentari per costituire un gruppo o per chiedere un voto segreto, garanzie per le minoranze linguistiche — che dopo il taglio di un terzo dei seggi risulteranno non più compatibili con le assemblee in formato ridotto. Ma l’accordo «compensativo» stipulato da M5S, Pd, Italia viva e Leu incide anche sul procedimento legislativo: «Per valorizzare il ruolo del Parlamento con interventi tesi ad armonizzare il funzionamento delle due Camere e limitare in maniera strutturale il ricorso alla decretazione d’urgenza e alla questione di fiducia. Si intende, però, aprire una corsia veloce per i ddl dell’esecutivo.

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