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Giu 23

Brexit, il valore di un voto

Fonte: Corriere della Sera

brexit-bandiere

di Aldo Cazzullo

Se, come tutti ci auguriamo, la Gran Bretagna sceglierà oggi di restare nell’Ue, si potrà dire davvero che una donna ha salvato l’Europa: Jo Cox, la giovane deputata uccisa da un estremista. È stato quel dramma, oltre alla paura per le conseguenze economiche e al naturale «richiamo all’ordine» delle ultime ore, a far girare il vento che spirava forte nelle vele del Leave, dell’addio. La partita però non è affatto decisa. L’esito del referendum resta apertissimo. Perché fino a pochi giorni fa il «mood», l’umore prevalente, era dalla parte di Brexit. E non tutti i suoi sostenitori sono xenofobi o anche solo radicali come Nigel Farage. Immaginate di vedere le immagini tv degli sbarchi a Lampedusa in un pub di Folkestone, dove sbuca il tunnel sotto la Manica (com’è accaduto a chi scrive). O al Nord, ai piedi del Vallo d’Adriano, ai confini d’Europa. Ma pure nella multiculturale Londra, che è sempre meno una città britannica. Per un inglese medio, Lampedusa è un luogo remoto se non esotico, in cui si fa il bagno quando a casa sua è inverno. Quasi nessuno vi è stato o saprebbe anche solo indicarla sulla carta geografica. L’idea che ogni giorno sbarchino dall’Africa mille persone e possano spostarsi da lì in tutto il continente appare qualcosa di inquietante o comunque estraneo.
La reazione istintiva è: questo non mi riguarda, e io me ne chiamo fuori. Ovviamente si tratta di una reazione irrazionale: Londra è fuori da Schengen, i controlli ci sono; e dai primi casi l’impressione è che la Royal Navy interverrebbe nella Manica con intransigenza. Ma non sempre i popoli decidono con la ragione. Questo certo non giustifica l’uso propagandistico che degli sbarchi è stato fatto nella campagna referendaria; ma aiuta a comprendere il suo impatto. Occorre poi tener conto di un altro e diverso fenomeno. Ogni anno le regole di libera circolazione consentono l’arrivo nel Regno Unito di oltre 300 mila italiani, spagnoli, polacchi: ragazzi dinamici, attivi, in gamba, di cui siamo orgogliosi e che rappresentano per Londra una grande risorsa. Ma sarebbe ipocrita negare che questo flusso, visto con gli occhi di un inglese, complica il mercato del lavoro ed esercita una pressione sul sistema sanitario. Non è solo l’economia a decidere il voto di oggi. Contano anche lo spettro dell’immigrazione clandestina, e le conseguenze di quella legale. Ciò che a noi appare inevitabile o giusto, all’opinione pubblica inglese può apparire preoccupante o dannoso; demonizzare non aiuta a capire. E c’è ancora un fattore da considerare.
Il peso dell’omologazione burocratica di Bruxelles e dell’egemonia politica di Berlino è duro da sopportare per un popolo orgoglioso della propria identità e della propria insularità. Un popolo che ha dato all’Occidente la sua lingua franca, che ha saputo rinunciare a un impero senza conflitti sanguinosi come quelli ingaggiati dai francesi in Indocina e in Algeria, che ha vinto — da solo o con i suoi alleati — tutte le guerre che ha combattuto negli ultimi due secoli: contro Napoleone e contro Hitler, contro i coloni boeri e contro i generali argentini. Anche per questo nelle ultime settimane si sono sentite soprattutto le ragioni del Leave; e il Remain, almeno fino all’assassinio di Jo Cox, è parso frutto più di timore e rassegnazione che di convinzione e speranza. Non c’è dubbio che la modernità e il senso del futuro, oltre alla convenienza economica e finanziaria, dovrebbero ancorare la Gran Bretagna all’Europa; un’Europa che la Gran Bretagna dovrebbe contribuire a cambiare. Londra può avere un ruolo importante per riequilibrare il peso della Germania, regolare l’immigrazione dal Sud del mondo, rafforzare la cultura liberale, alleggerire le burocrazie, introdurre nuove forme di partecipazione popolare: è pur sempre la patria della moderna democrazia rappresentativa; e anche questo storico referendum dimostra che la tradizione non è andata perduta.
La giornata di oggi minaccia di essere una sconfitta per tutti; ma promette di rivelarsi l’opportunità per il rilancio dell’ideale europeo. L’unica ipotesi da escludere è continuare come se nulla fosse accaduto. Il sangue di Jo Cox non è stato comunque versato invano, la sua lezione di tolleranza e impegno civile resterà; e potrebbe anche passare alla storia come la donna che ha salvato il sogno dei detenuti di Ventotene, della generazione Erasmus, degli europei che non vogliono più guerre né muri.

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