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Lug 12

Brexit, allarme negli aeroporti: ecco perchè potrebbe crearsi il caos nei cieli

Fonte: La Stampa

di Emanuele Bonini

Le conseguenze per vettori aerei e industrie del settore: il turismo si prepara allo scenario peggiore

Ripercussioni su una realtà industriale che fattura oltre 60 miliardi di euro, perdite stimate in 21 miliardi di euro per il turismo Ue, e black-out di collegamenti aerei tra Regno Unito e resto d’Europa già da settembre 2018, prima cioè di quando scadrà il termine per negoziare l’addio di Londra dall’Unione europea. Ecco gli effetti della Brexit per l’aviazione civile. E non è che una parte delle possibili conseguenze che potrebbe derivare dal recesso britannico. A delineare il quadro sono gli operatori del comparto, invitati a Bruxelles dalla commissione Trasporti del Parlamento europeo per cercare di capire come gestire uno dei momenti più delicati della storia recente a dodici stelle. Rappresentanti di compagnie aree, gestori di aeroporti e industrie del settore non hanno nascosto i dubbi per quella che alla fine rischia di essere un hard Brexit per tutti.

Ryanair: dal 2019 rischio zero collegamenti Ue-Regno Unito
Tanti dubbi, molte speranze, e pure qualche critica. Il mondo del settore non ha risparmiato proprio niente nella speciale audizione parlamentare, e l’amministratore delegato di Ryanair. Michael O’Leary, non ha nascosto le strategie commerciali del gruppo. «L’aviazione non aspetta marzo 2019», termine ultimo per Ue e Regno Unito per trovare un’intesa su condizioni e modalità di Brexit. «La scadenza per le compagnie è settembre-ottobre 2018», data a partire dalla quale «inizieremo a cancellare i voli». Cosa vuol dire? Che da aprile 2019, quando i britannici saranno extra-comunitari, «c’è la prospettiva di non avere alcun volo tra l’Ue e il Regno Unito», perché non si ritiene possibile trovare in tempo utile un accordo alternativo alle norme attualmente in vigore. Ryanair si prepara al peggio, con l’ad del gruppo pronto a spostare la flotta dagli scali britannici a quelli del resto d’Europa.

Il turismo si prepara allo scenario peggiore, quantificandolo
Il patron di Ryanair non è nuovo all’uso di toni eccessivi, ma in questo caso sembra davvero che lo scenario peggiore sia un’eventualità tutt’altro che remota. Ralf Pastleitner è direttore internazionale dell’ufficio di public policy di TUI Group, una delle compagnie mondiali nel settore di viaggi e turismo. Uno studio portato a Bruxelles per l’occasione prevede la possibilità che i britannici non volino più nel resto d’Europa. In quel caso si stimano perdite di 21 miliardi di euro per il comparto turistico dell’Ue a ventisette, con ricadute importanti per alcuni Stati membri. Malta rischia una contrazione del Pil del 2,8%, la Spagna dello 0,5%. Segno che in Europa si teme davvero il peggio, e nessuno si sente di escluderlo.

Regole chiare in fretta. «Nein» di Lufthansa a concessioni
Il settore dell’aviazione civile è d’accordo: servono regole chiare, in fretta. Il settore dell’aviazione civile non può permettersi di restare sospesa in un limbo. La Brexit porta con sé molte incognite. Uscire dall’Ue significa uscire dal cielo unico europeo e uscire pure dall’Easa, l’agenzia europea per la sicurezza aerea. Agli interrogativi giuridici, si pongono quelli pratici. Le compagnie aeree devono sapere se riservare o meno gli slot, la fasce orarie di decollo e atterraggio, se ridurre le tratte. E le agenzie turistiche mettono a disposizione viaggi e pacchetti turistici con un anno di anticipo. Tutti vogliono accordi, e chiedono che la questione dell’aviazione sia trattata in via prioritaria nei negoziati. Airlines for America è preoccupata. «C’è poco tempo per trovare tutti gli accordi» per il settore, rileva Sean Kennedy, vicepresidente del gruppo statunitense. Thomas Kropp, di Lufthansa, avverte: non ci saranno favoritismi. Se Londra intende continuare a far parte del cielo unico e del mercato dell’aviazione dovrà rispettare tutte le regole. «Vogliamo una concorrenza leale, e non possiamo avere due velocità nel mercato unico». La cosa si annuncia complessa.

I nodi Airbus e l’Irlanda del nord
C’è poi l’aspetto industriale. Airbus è un consorzio europeo, esempio dell’integrazione Ue. Fattura circa 66,5 miliardi di euro (dati 2016) e produce in diverse parti d’Europa. Nello specifico tutte le ali per i velivoli sono prodotti in Galles. «Difficile dire cosa succederà, vogliamo continuare ad essere ottimisti», si limita a dire la vicepresidente responsabile di affari europei e Nato, Nathalie Errard. I timori però ci sono. In prospettiva si temono dazi, e ripercussioni sull’impresa. Ripercussioni, e serie, si prevedono in Irlanda. Il presidente della società che controlla lo scalo ricorda che Dublino non è solo l’aeroporto dell’Eire, ma serve anche da aeroporto per l’Irlanda del nord. «Quello che sarà difficile per noi, lo sarà ancor di più per loro», avverte Kevin Toland. L’unica soluzione, a questo punto, sarebbe un accordo per l’aviazione tra Ue e Londra, invocato da tutti. L’ad Ryanair sembra crederci meno di tutti. «I britannici non hanno idea di quello che stanno facendo, non hanno un piano, e non sanno cosa vogliono».

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