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Apr 12

Armi chimiche in Siria, quel limite superato da Assad che spinge gli europei a intervenire

Fonte: Il Sole 24 Ore


Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Come accadde nell’agosto del 2013, quando il presidente americano Barack Obama annunciò la volontà di lanciare un raid militare contro il regime siriano, responsabile del più brutale attacco chimico della guerra civile (si parlò di oltre mille vittime). Le altre due potenze occidentali che si resero disponibili a unire le forze furono proprio Francia e Regno Unito. Per quanto deciso ad agire, il premier britannico David Cameron si trovò davanti a un ostacolo insormontabile: il 29 agosto il Parlamento bocciò l’intervento militare. Un colpo umiliante per Cameron, che mise in serie difficoltà Obama. Il quale, anch’egli in difficoltà sul fronte interno, decise di non agire dando fiducia alla proposta del Cremlino: un piano per smantellare l’arsenale chimico di Damasco. Il presidente francese Francois Hollande restò isolato. Obtorto collo, rinunciò anche lui all’opzione militare.
La storia si ripete. I capi di Stato sono cambiati, ma la loro determinazione è ancora forte. Anzi più forte. Con una differenza. Se c’è un Paese disposto ad agire, anche unilateralmente, questo è probabilmente la Francia. La scorsa estate il presidente Emmanuel Macron fu categorico a proposito dell’impiego di armi chimiche in Siria: “Quando fissi delle linee rosse, se ti dimostri incapace di farle rispettare, allora decidi di diventare debole. Ma questa non è la mia scelta”. Determinazione ribadita in febbraio.
Finora non ci sono prove sull’impiego di armi chimiche nella la strage compiuta domenica dal regime siriano, sempre nella regione del Ghouta. Ci vorrà del tempo. Il team dell’Organizzazione internazionale per la proibizione delle armi chimiche non è ancora partito alla volta di Damasco. Ma le immagini dei bambini in preda alle convulsioni, con la schiuma alla bocca, e delle famiglie morte soffocate nelle loro case, lasciano pochi dubbi. Washington, Londra e Parigi sembrano convinte si tratti di agenti chimici. E sembrano parimenti determinate ad agire.
Da quando è salito al potere, Macron non ha delineato una strategia precisa sulla Siria. Al pari di Trump, forse ancora di più, la sua priorità è la guerra contro l’Isis. D’altronde la Francia è il Paese europeo più colpito dal terrorismo jihadista. Pur definendo il presidente siriano Bashar al-Assad come “il nemico del popolo siriano”, Macron non sembrava convinto che le sue dimissioni fossero la condizione irrinunciabile per arrivare a una soluzione politica in Siria. Ma ha tracciato la sua linea rossa: l’uso di armi chimiche. Col tempo il presidente francese è divenuto più attivo sul fronte siriano. Fino ad annunciare, lo scorso mese, il possibile dispiegamento di militari nelle regioni settentrionali della Siria controllate dai curdi.
Anche il premier britannico Teresa May è convinta che sia necessaria una risposta dura al regime siriano Ma la contrarietà ad un’opzione militare da parte del leader laburista Jeremy Corbyn, orientato ad un passaggio in Parlamento (dall’esito non scontato), potrebbero frenare i suoi piani. E agli altri Paesi europei? Per ora sembra prevalere la linea attendista L’Italia, peraltro, è ancora senza un Governo.

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