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Lug 21

Arabia Saudita, più donne al lavoro col petrolio in calo

Fonte: La Stampa

Petrolio

di Rolla Scolari

Il principe Mohammed bin Salman spinge per una maggiore inclusione sul lavoro. Gli studiosi: l’ultra-integralismo è un lusso con il barile a 30 dollari

Che cosa accomuna il prezzo del petrolio e i diritti delle donne? In Arabia Saudita, secondo due studiosi americani il legame è forte e diretto. Nel Paese ultra-conservatore 5,8 milioni di donne (dato del 2015) non partecipano alla forza lavoro. Le donne che lavorano sono 1,2 milioni, gli uomini quattro milioni e mezzo. Anche l’Ufficio nazionale delle statistiche, che ha reso pubblici questi dati da poco ha consigliato di «ridurre» questo divario «per ottenere un equilibrio economico, e risolvere il problema della disoccupazione». Pochi mesi fa, il figlio del re, il trentenne Mohammed bin Salman, Mbs, ha presentato un piano di riforme economiche studiate per sganciare il Paese dalla dipendenza dal petrolio nell’era del greggio a basso costo. Da quando Vision 2030 è stato presentato, il ministero del Lavoro e dello Sviluppo sociale ha dato segni di un interesse concreto – e sostenuto pubblicamente dal principe – a una maggiore inclusione delle donne nel mercato del lavoro. Un gruppo di investitori sauditi, hanno scritto i media nazionali, aprirà a Riad un complesso per le telecomunicazioni nel quale lavoreranno soltanto donne.

Che cosa cambia
Il piano economico di Mbs arriva in un momento in cui in Arabia Saudita sono state allentate alcune restrizioni sociali, hanno spiegato sul Washington Post Yu-Ming Liou e Paul Musgrave, autori dello studio sui diritti delle donne. Nel 2011, per la prima volta le donne sono entrate tra i consiglieri del sovrano, a dicembre hanno potuto votare e presentarsi come candidate alle elezioni locali. È loro permesso da qualche mese di tenere una copia del contratto di matrimonio. La polizia religiosa non può più arrestare individui per strada e chiedere documenti di identità. Passi minuscoli. Alcuni, come l’accesso controllato al voto, sono stati giudicati dagli osservatori semplici cosmetici, ma in un Paese immobile sui diritti sociali e ultraconservatore come l’Arabia Saudita sono già fonte di polemiche accese. Rappresentanti del clero wahhabita hanno già dimostrato fastidio nei confronti delle misure prese per restringere l’operato della polizia morale e della spinta per l’inclusione delle donne sul mondo del lavoro.

E ora lo spettacolo
E tra i settori-obiettivo indicati dal piano c’è anche quello, ora inesistente, dello spettacolo. Da trent’anni non esistono sale cinematografiche nel paese, ma in un futuro di attesi investimenti interni ed esteri pare che le autorità studino una produzione autoctona. La recente creazione di un’Autorità generale per gli spettacoli ha sollevato speranze in una parte della popolazione per la riapertura dei cinema, mentre l’area più conservatrice ha criticato l’ipotesi. Nel loro studio (Oil, Autocratic Survival, and the Gendered Resource Curse: When Inefficient Policy Is Politically Expedient), Yu-Ming Liou e Paul Musgrave sostengono che il calo del prezzo del greggio rischia di intaccare il patto sociale che da secoli regge le sorti dell’Arabia Saudita, e raccontano come le nuove riforme economiche possano avere conseguenze sociali – soprattutto per quanto riguarda il ruolo della donna – e politiche.

Meno petrolio, più diritti
Gli autocrati, scrivono i due studiosi, hanno bisogno di tenere buoni, tra gli alleati, anche quelli «ideologicamente motivati» (nel caso saudita, i regnanti lo hanno fatto con il clero ultraconservatore wahhabita). Le politiche antisociali sono «una costosa e visibile misura della fedeltà» dei governanti a questi alleati. «Le rendite derivate dalle risorse garantiscono ai governanti di permettersi queste politiche, che non sarebbero praticabili in regimi basati sulla tassazione. Restringere l’autonomia delle donne è parte di una strategia di governo autocratico in autocrazie ricche di risorse. Utilizzando prove quantitative, dimostriamo che le variazioni nell’autonomia delle donne sono correlate a una variazione delle rendite petrolifere pro-capite».

La religione costa troppo
Nel XVIII secolo, la casa regnante dei Saud ha stipulato quello che possiamo chiamare un patto con il potente clero wahhabita: gli uomini di religione si sarebbero occupati di questioni di fede, i sovrani degli affari terreni e del governo, rispettandogli però standard religiosi imposti da un credo ultraconservatore. Oggi, secondo gli autori dello studio, i governanti non possono più permettersi il mantenimento di alcune delle restrizioni sociali imposte da questo antico patto. Il prezzo del petrolio, dopo aver toccato il minimo storico dei 30 dollari a barile, è risalito, ma gli analisti prevedono che per molto tempo non tornerà a quei 100 dollari a barile che permettevano a Paesi come l’Arabia Saudita di garantire l’ordine sociale attraverso un robusto sistema di grassi sussidi energetici alla popolazione (e alle élite al potere).

Si parla anche di austerità
Se l’America insegna che «non c’è tassazione senza rappresentanza politica», le autocrazie come l’Arabia Saudita, ricche di risorse energetiche, hanno vissuto altrimenti: libertà dalle tasse – non esistono quelle sul reddito nel Golfo – e sussidi alla popolazione in cambio della totale mancanza di partecipazione alla cosa pubblica. Da diversi mesi però, è stato introdotto in Arabia Saudita un inedito piano di austerità, si studia come introdurre tasse (per ora soltanto l’Iva) e come ridurre i sussidi. In un Paese con un deficit che nel 2015 era a 100 miliardi di dollari e che affida la propria economia per quasi il 90 per cento alle declinanti rendite energetiche, l’entrata delle donne sul mondo del lavoro risolverebbe un problema. Secondo uno studio del 2012 della Oxford Strategic Consulting, se lavorasse il 40 per cento della popolazione femminile, in Arabia Saudita il Pil aumenterebbe di quasi 17 miliardi di dollari l’anno. Alla riforma economica, legata alla necessità, occorre dunque una maggiore forza lavoro femminile. E questa nuova necessità apre a un’era di sfide sociali e politiche in Arabia Saudita.

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