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Giu 08

Anche il Pil va alle urne

Fonte: Corriere della Sera

economia

di Dario di Vico

Il Pil ha un difetto: anche se non è iscritto alle liste elettorali vuole votare sempre. E si muove così non per rivendicare un astratto primato dell’economia sulla politica ma perché sa che gli elettori (o forse è meglio dire le persone) oggi, più che in passato, possono essere convocati ai seggi per qualsiasi tipo di consultazione ma, da quando vanno a pescare nei cassetti la scheda elettorale a quando mettono nell’urna la loro preferenza, non riescono a togliersi dalla testa le condizioni di contesto. In parole povere il tasso di disoccupazione e l’incertezza sulle regole della pensione oppure la telefonata di conferma dello stage che non arriva o quella commessa che è stata annullata. Le persone non si dilettano, come noi addetti ai lavori, a discutere delle differenze di previsione del Pil tra un istituto di ricerca e l’Ocse, tra una banca e l’Istat, il clima di «non ripresa» lo respirano tutti i giorni: sanno benissimo che l’uscita dalla recessione non è stato un pranzo ma nemmeno una merenda di gala,

Per carità, il quesito sulla riforma del bicameralismo ha un valore storico nell’infinita transizione politica italiana ma nessuna campagna dall’alto e nessun guru venuto dall’America potrà impedire al Pil di votare. Nessuno potrà pretendere che dopo i lunghi anni della Grande Crisi le persone si rechino al voto con la testa completamente sgombra rispetto alle ansie legate non a un ciclo economico particolarmente sfavorevole ma a cambiamenti epocali che investono il modo stesso di «vivere» il capitalismo. Il più navigato dei candidati del Pd in corsa, Piero Fassino, ieri l’ha detto chiaramente e voglio sperare che non l’abbia fatto solo per trovare un alibi. Basta, infatti, dare un’occhiata a cosa sta succedendo con la cavalcata di Donald Trump nel Paese leader dell’Occidente, in quegli Stati Uniti che con il trionfo della tecnologia stanno segnando il nuovo secolo, per averne contezza. I dolorosi aggiustamenti dovuti al post crisi vengono percepiti al di qua e al di là dell’Atlantico come autentiche e intollerabili ingiustizie. Con la ragione e l’aiuto della scienza economica noi italiani sappiamo che non è del tutto così, che per tanti anni abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e che la globalizzazione per un Paese industriale come il nostro non poteva che causare una redistribuzione delle quote di mercato, ma ciò non toglie che il riallineamento invece di sanare i vecchi squilibri ne sta generando dei nuovi.

In Italia la disuguaglianza ha inequivocabilmente il volto dei giovani che restano al di fuori dei cancelli del mercato del lavoro. Le distorsioni che il fenomeno produce sono innumerevoli e investono il rapporto con le famiglie di origine, l’impossibilità di crearne di nuove, la quasi certezza di non poter coronare i propri sogni/le proprie ambizioni di ascesa sociale e professionale. Che nei quartieri popolari delle grandi città, a Borgo Vittoria di Torino o a Tor Bella Monaca di Roma, questa delusione potesse tradursi in un voto al Movimento 5 Stelle era una conseguenza ampiamente prevedibile. È il partito che non ha precedenti responsabilità di governo, che ha presentato facce nuove e che per lo stretto legame con la Rete è predisposto a intercettare il rancore delle basse frequenze della società. Poco conta che i programmi siano bizzarri e facciano sorridere i competenti, all’elettore marginale appaiono comunque come uno straordinario megafono da usare per far sentire la propria voce. Del resto quante volte la sinistra nel nostro Paese si è imposta mettendo in campo una formidabile macchina politica capace di tradurre in consensi il disagio sociale? E un giovane elettore che abbia anche solo qualche simpatia con i Cinquestelle alla fine li vota perché vede che i posti di lavoro non aumentano, e per di più ministero, Istat e Inps non riescono nemmeno a mettersi d’accordo sui dati.

Si dirà… ma a Milano i grillini son rimasti al palo. Giusto, è un’altra conferma però che il Pil vota. Nella città più dinamica d’Italia e che pensa addirittura di scalare le classifiche europee i due candidati, molto simili tra loro, hanno presentato programmi di ulteriore sviluppo della città e così hanno monopolizzato più dell’80% dei voti. Aggiungo che nelle periferie — per altro assai diverse da quelle romane — un centrodestra moderato e non isterico ha addirittura recuperato la sua tradizionale base popolare. Come si può vedere c’è sempre tanto da imparare dagli orientamenti degli elettori ed è evidente che il primo a doversi sottoporre a quest’esercizio di umiltà è il premier. Dal 40,8% delle Europee sembra passato un secolo e invece è accaduto solo due anni fa.

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