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Mag 15

Ambizioni pericolose: il gioco di Erdogan

Fonte: Corriere della Sera

di Franco Venturini

Alla nostra politica estera, o a quel che ne resta, si pone una questione latente da tempo che la liberazione di Silvia Romano ha plasticamente riassunto: dobbiamo essere alleati o rivali di chi ci aiuta ma ci pesta anche i piedi sull’uscio di casa?


Non c’è stata soltanto la liberazione di Silvia Romano, che ha richiesto il fondamentale aiuto dei servizi turchi presenti in Somalia come un tempo lo eravamo noi. Non c’è soltanto la presenza militare turca in quella Tripolitania dove l’Italia ha cruciali interessi, e non ci sono soltanto le esplicite ambizioni di Ankara sui giacimenti energetici del Mediterraneo. La Turchia del «Sultano» Recep Tayyip Erdogan, sulla scena internazionale a noi più prossima, si muove ormai come una potenza che non esita a usare la forza. Si pone allora alla nostra politica estera, o a quel che ne resta, una questione latente da tempo che la liberazione di Silvia Romano ha plasticamente riassunto: dobbiamo essere alleati o rivali di chi ci aiuta ma ci pesta anche i piedi sull’uscio di casa?
Gli elementi dell’equazione che dobbiamo risolvere sono noti, ma fanno impressione quando vengono considerati tutti insieme. La Turchia di Erdogan, anche in questo periodo di pandemia, non ha ceduto un centimetro delle sue ambizioni e talvolta della sua arroganza militare. Ankara alimenta una politica di penetrazione nei Balcani occidentali come fa la Russia, in competizione con quella della Ue e della Nato, pur essendo la Turchia un socio di rilievo dell’Alleanza. Ancora più spinti e costosi sono i suoi insediamenti in Africa, dove comincia a rivaleggiare seriamente con Cina e Russia. In Siria la Turchia si è dovuta parzialmente piegare ai voleri di Putin, ma l’interdipendenza è reciproca come si è visto anche nella crisi di Idlib. Erdogan ha sfidato persino l’America acquistando missili antiaerei russi S-400, in via di consegna anche se la loro attivazione è stata rinviata come è stato di fatto rinviato il castigo Usa (l’esclusione della Turchia dal programma degli aerei F35). In tempi di coronavirus la «diplomazia degli aiuti» della Turchia ha rivaleggiato con quella cinese e quella russa.
E poi ci sono le periodiche minacce all’Europa che usano come arma impropria i migranti siriani. Profughi senza più speranza che la Grecia è sin qui riuscita a contenere, anche grazie alla contro-minaccia del Covid-19. E ci sono, soprattutto, la Libia e il Mediterraneo. Le navi militari turche che allontanano dalle acque di Cipro chi ha titolo (come l’Eni) per effettuare prospezioni. Le mire non dissimulate sulle ricchezze energetiche della Tripolitania (dove gli interessi prevalenti sono di nuovo italiani) e anche delle acque contigue.
Risulta evidente da questo schematico riassunto che mentre su temi come i flussi migratori è l’Europa a dover scegliere una linea con i soliti tormenti che fanno il gioco di Erdogan, su altre questioni sono gli interessi nazionali a prevalere e quelli italiani sono, o dovrebbero essere, in cima alla lista. Serve una linea politico-economica e anche militare che non c’è, si viaggia sull’onda degli episodi alternando casualmente, senza una strategia complessiva, mani tese e linee rosse da non superare.
S’intende che siamo ormai abbondantemente fuori gioco nel Corno d’Africa come, colpevolmente, in molte altre contrade del Continente Nero. Ma qualche richiesta turca di restituzione di favori dopo la vicenda Romano potrebbe riguardare piuttosto Cipro e la Libia, e se ciò accadesse l’Italia deve essere pronta a rispondere nell’ambito di una visione strategica coerente e oggi mancante. A Tripoli in particolare, quale è la nostra linea? Quando i principali giocatori della partita tenevano un piede con Serraj e l’altro con il cirenaico Haftar, noi eravamo schiacciati su Serraj per essere fedeli alla linea Onu. Ora che Serraj ha trovato nella Turchia un padrino ben più convincente e prontissimo a usare la forza o a fornire armamenti moderni, noi ci siamo collocati nella terra di nessuno in posizione equidistante, fedeli stavolta a un «Processo di Berlino» già morto e sepolto.
Eppure la partita italo-turca, e la credibilità reciproca, si giocano in Libia e nel futuro delle sue ricchezze energetiche. Mentre Erdogan spara volentieri e sogna una rivincita neo-ottomana, l’Italia balbetta, non crea proposte che non siano inutili conferenze, e non ha un fronte politico interno in grado di appoggiare un uso intelligente (come in verità è stato fatto a Misurata) dello strumento militare. Silvia Romano ci ha aiutati a sollevare un coperchio che la politica estera italiana preferiva tenere chiuso. Ora si tratta di affrontare quel che bolle in pentola.

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