Allarme rosso sull’atomica di Teheran

Fonte: Corriere della Sera

di Franco Venturini

I negoziati di Vienna sono fermi e ora si teme che l’Iran non sia più interessato a un compromesso che fatalmente bloccherebbe l’arricchimento dell’uranio


Il timore che l’Iran possa dotarsi in breve tempo di un ordigno nucleare è salito alle stelle dopo che il New York Times ha citato, nei giorni scorsi, un rapporto riservato. Secondo il documento a Teheran potrebbe bastare un mese per mettere a punto l’atomica, sfruttando l’uranio molto arricchito (al 90 per cento, anche se è stato dichiarato soltanto al 60 per cento) prodotto negli ultimi mesi da centrifughe di ultima generazione. Il brivido nella schiena è stato forte in molte capitali, anche se non risulta che l’Iran abbia risolto i problemi connessi alla miniaturizzazione delle testate, o quelli che sorgono quando il missile balistico rientra nell’atmosfera. E poi, a completare il quadro c’è la politica. Joe Biden, dopo la figuraccia di Kabul, ha più che mai bisogno di ottenere da Teheran il recupero dell’accordo anti-nucleare sottoscritto da Obama nel 2015 (l’arricchimento consentito dell’uranio era del 3,67 per cento) e poi sconsideratamente cancellato da Trump nel 2018.< Ma anche l’Iran ha bisogno di una intesa, per alleviare il devastante peso economico delle sanzioni Usa. Si pensava dunque che i negoziati di Vienna (Usa, Iran, Francia, Gran Bretagna, Germania, Russia e Cina) potessero riprendere velocemente dopo le elezioni iraniane vinte dall’ultraconservatore Raisi. Invece Teheran continua a chiedere tempo, e il tavolo di Vienna è rimasto deserto. Al punto che nelle cancellerie occidentali si è insinuato un sospetto: forse l’Iran non è più interessato a un compromesso che fatalmente bloccherebbe l’arricchimento dell’uranio, forse vuole tempo per lavorare alla bomba, forse ha davvero già superato il fatidico 90 per cento di arricchimento? Speriamo di no. Ma se non ci sarà una svolta tempestiva, diventerà vero quello che Biden ha detto al premier israeliano Bennett per rassicurarlo: «Se il negoziato fallisce, gli Usa possono ricorrere ad altre opzioni». Speriamo di aver capito male.

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