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Apr 03

La destra e la sfida della crisi

Fonte: Corriere della Sera

di Antonio Polito

Innanzitutto serve un bagno di umiltà. Prendere atto della nuova situazione e della sua gravità, invece di mandare a quel paese chiunque lo faccia. Scegliere un asse di interventi per la crescita e giocarsi su quelli la sopravvivenza del governo


La nuova destra ha vinto la «guerra culturale» sul fronte delle migrazioni. La maggioranza delle opinioni pubbliche europee ha rifiutato
di condividere i propri sistemi di protezione sociale con i nuovi arrivati dall’Africa. I governi, con scelte sempre più nazionali e sempre meno comunitarie, hanno chiuso porti e frontiere interne. Il partito dell’accoglienza è stato sbaragliato ovunque. La sinistra socialdemocratica ha pagato il prezzo più duro. Perfino il Papa è finito in minoranza.
Ma una battaglia vinta è anche una battaglia finita. Certo, soprattutto sul fronte interno, la questione non è affatto chiusa. Centinaia di migliaia di clandestini. Il delicatissimo tema dell’integrazione e l’altissimo rischio del razzismo. I pericoli per l’ordine pubblico.Ma è ormai chiaro che non è più questa la priorità nella testa degli elettori. Un recente sondaggio condotto in 14 Paesi per l’European Council on Foreign Relations, pubblicato in Italia da La Stampa, certifica il profondo cambiamento avvenuto. La gente ha un sesto senso per le tempeste. E ha capito che la prossima non verrà dal mare.
In Italia, per esempio, «crisi economica e guerra commerciale» allarmano molto più dell’immigrazione, che meno di un sesto della popolazione considera ancora la principale minaccia. Sono più gli italiani preoccupati per i nostri giovani che partono, costretti a cercare lavoro all’estero (il 32%), che quelli allarmati dai giovani stranieri che arrivano per cercare lavoro da noi (il 24%). E dati analoghi si registrano in molti Paesi europei, soprattutto mediterranei.
Di fronte alla bufera dell’economia la nuova destra arriva impreparata. Aveva scommesso su tutt’altro scenario: ripresa e ricchezza da poter distribuire. E invece ormai non sono solo l’Unione Europea, l’Ocse e il Fondo Monetario a prevedere il peggio. Anche Tria sa che l’anno in corso è perso per la crescita: ci siamo fermati, per la terza volta in poco più di un decennio.
La vertiginosa rapidità del calo era difficile da prevedere; ma la curva del grafico era già chiara mentre si scriveva l’ultima finanziaria. Salvini ha commesso dunque un grave errore a rincorrere l’assistenzialismo dei Cinquestelle sul balcone. Il Paese sarebbe oggi in ben altra posizione se tutte le risorse fossero state piuttosto concentrate su uno stimolo al lavoro e alla produzione, sugli investimenti e i tagli fiscali che la Lega aveva promesso in campagna elettorale, e che le imprese si aspettavano da un partito nato negli anni 90 sull’onda della rivolta fiscale del Nord.
Di più: Salvini ha flirtato con l’ipotesi di una rottura dell’eurozona, inzeppando il partito di esperti con un’agenda ideologica euro-fobica, e giocandosi la carta Savona, che ha perso. Così si può dire che oggi non c’è una proposta organica per la crescita da parte del partito che nei sondaggi ha la maggioranza relativa. Non si sa nemmeno bene chi ne guidi la politica economica. Rilanciare adesso la flat tax appare poco credibile perché troppo tardi, con i chiari di luna che incombono sui conti pubblici: il timing in politica è tutto. D’altra parte ogni azione liberalizzatrice è impedita dall’alleato di governo, che a un passo della recessione chiude i negozi alla domenica e i cantieri della Tav. Perfino l’arma finale dello scioglimento e delle elezioni anticipate è inceppata dalla tempistica della prossima manovra, che rischia di essere lacrime e sangue, aggravata com’è dalle clausole sull’aumento dell’Iva che il governo si è già speso l’anno scorso.
Che fare? La nuova destra deve forse ricostruire in fretta una proposta di governo. Il “cattivismo” non basta più. Innanzitutto serve un bagno di umiltà. Prendere atto della nuova situazione e della sua gravità, invece di mandare a quel paese chiunque lo faccia. Scegliere un asse di interventi per la crescita e giocarsi su quelli la sopravvivenza del governo. Salvini è arrivato “lungo” alla curva delle europee, come si dice nel gergo dell’automobilismo. Non può vivere altri due mesi della rendita acquisita sui migranti, mentre il grafico della crisi corre più dell’orologio. La paura dell’economia è una brutta bestia elettorale, anche per il più scafato dei populisti. Chiedere a Erdogan per conferma.

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